Di Maio lancia la riforma della Rai. Liberare Viale Mazzini dall’occupazione politica. Proposta 5S alla Camera e al Senato. Così cambierà il servizio pubblico

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Il segnale è il via libera della Vigilanza alla risoluzione M5S contro la doppia poltrona di presidente Rai e RaiCom di Marcello Foa (leggi l’articolo). A giochi fatti, Luigi Di Maio rompe gli indugi. “La politica ha messo le mani sulla Rai da troppo tempo e gli italiani hanno pagato un canone sempre più alto per avere che cosa in cambio? Un’informazione asservita a logiche di potere e clientelismo. Ora basta”, campeggia su Facebook il post del leader Cinque Stelle perfettamente sincronizzato con il voto di San Macuto.

RIVOLUZIONE COPERNICANA. “Il servizio pubblico è dei cittadini, che pagano il canone, non dei politici. L’obiettivo è premiare il merito e la trasparenza, non tenere in piedi un carrozzone da prima repubblica”, avverte il vicepremier lanciando la riforma bandiera M5S per liberare la Rai dalla politica. Con una proposta di legge – che riprende quella già presentata nella precedente legislatura dall’attuale presidente della Camera, Roberto Fico – depositata a Montecitorio dalla deputata Mirella Liuzzi e, in versione fotocopia, anche a Palazzo Madama dal vice presidente della commissione di Vigilanza, Primo Di Nicola.

Ma cosa prevede nel dettaglio la rivoluzione copernicana promessa da Di Maio? L’obiettivo dichiarato, si legge nella relazione introduttiva, è quello “di garantire l’indipendenza della Rai-Radiotelevisione italiana” da una classe politica che “fino ad oggi ha considerato la Rai un territorio da occupare, uno strumento subordinato ai propri interessi, un luogo dove costituire un proprio feudo, secondo quella malintesa ma purtroppo cristallizzata concezione del pluralismo politico come spartizione di uno spazio pubblico, sommatoria delle opinioni piuttosto che luogo neutrale di rappresentazione della diversità politica, sociale e culturale del Paese”.

Ma come raggiungerlo? Si ridisegnano innanzitutto i meccanismi di selezione e la composizione del Consiglio di amministrazione (Cda). Riducendo il numero dei consiglieri da sette a cinque, compresi il presidente e l’amministratore delegato (ad), che restano in carica per cinque anni senza possibilità di rinnovo. Il Cda sceglie al suo interno l’ad mentre il ministro dell’Economia ha facoltà di indicare il presidente. I membri del Consiglio saranno scelti per curricula – previo avviso pubblico dell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) cui andranno inviati insieme ad un elaborato sulla propria visione strategica del servizio pubblico – secondo tre principi: indipendenza, onorabilità e competenza. Fra i candidati risultati idonei ne saranno sorteggiati cinque che dovranno discutere il proprio progetto in audizione pubblica dinanzi alle commissioni parlamentari competenti. In caso di parere sfavorevole (a maggioranza dei due terzi) di una delle stesse commissioni, l’Agcom procede all’estrazione di un altro nominativo fra gli idonei.

STOP AI CONFLITTI. Stringente anche il regime delle incompatibilità. Non può essere nominato consigliere chi ha ricoperto nei 5 anni precedenti alla nomina cariche di governo, politiche elettive, a qualunque livello, o ruoli nei partiti. Stesso divieto per gli interdetti dai pubblici uffici e i condannati. I consiglieri sono, inoltre, incompatibili con qualsiasi incarico pubblico o privato nonché con l’esistenza di un qualsiasi conflitto di interesse nelle imprese operanti nei settori della comunicazione, dell’audiovisivo, della pubblicità o in qualunque altro settore relativo alla fornitura e alla somministrazione di beni e servizi alla Rai o alle società collegate. E non è tutto. I dirigenti esterni di nomina fiduciaria decadono entro 60 giorni dalla cessazione del mandato del Cda.

Inoltre, a tutto il personale a vario titolo assunto dalla Rai, si applica il tetto massimo retributivo previsto per le pubbliche amministrazioni e le società pubbliche. Infine, viene soppressa la commissione di Vigilanza Rai, ma le commissioni parlamentari competenti avranno la facoltà di convocare i vertici aziendali per esigenze conoscitive o per rispondere di eventuali inadempimenti.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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