Di Matteo non cambia versione. E l’Anm lo richiama all’ordine. Per l’Associazione delle toghe l’ex pm ha passato il segno. Solo Ardita lo difende: è stato strumentalizzato

di Nicola Scuderi
Politica

Il terremoto scatenato dalla dichiarazioni in diretta tv di Nino Di Matteo contro il guardasigilli non accenna a finire. Anzi nelle ultime ore, sulla mancata nomina al Dap del magistrato per presunte pressioni dei boss, in molti sono intervenuti. Ieri in difesa del simbolo dell’Antimafia è intervenuto il togato del Csm Sebastiano Ardita, della corrente Autonomia&Indipendenza, secondo cui Di Matteo “non ha fatto dipendere la mancata nomina da pressioni che provenissero da ambienti mafiosi o da condizionamenti di qualunque altro genere. Non ha mai espresso questo tipo di opinioni, ha soltanto raccontato dei fatti”. Un discorso ineccepibile se non fosse che, come fa notare la presidente M5s della commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, secondo cui la giustificazione non regge: “Non capisco perché il consigliere Di Matteo non abbia alzato per la seconda volta il telefono per dire che le sue parole erano state equivocate”.

FRATTURA INSANABILE. In tutto questo marasma se c’è una certezza è che un le parole del pm hanno senza dubbio creato una frattura insanabile con il Movimento. Lo ha spiegato già ieri, in un’intervista a La Notizia, la presidente Businarolo, raccontando che i grillini si sentono “offesi” perché “Bonafede è un uomo che a incarnato le nostre battaglie per la legalità, quelle che hanno sostenuto soprattutto l’azione di Di Matteo ed altri magistrati”. Non solo. Secondo la grillina la situazione sarebbe potuta rientrare solo “con le scuse di Di Matteo” al ministro. Peccato che queste non siano arrivate, anzi il paladino dell’Antimafia ha rincarato la dose con un’intervista pubblicata sulla Repubblica. Qui il pm ha confermato in toto la sua versione affermando: “I fatti sono quelli, il mio ricordo è preciso e circostanziato” e se non ne ha parlato per 2 anni è “per alto senso istituzionale” ma ora “dopo le dimissioni di Basentini alcuni giornali hanno di nuovo scritto che mi avrebbero fatto capo del Dap” e “ho sentito l’irrefrenabile bisogno di raccontare i fatti, al di là delle strumentalizzazioni”.

TOGHE CONTRO TOGHE. Così tra mille imbarazzi, la vicenda è finita anche sul tavolo dell’Associazione nazionale magistrati che ieri ha preso posizione affermando che per i magistrati “ferma la libertà di comunicazione e manifestazione del pensiero, è sempre doveroso esprimersi con equilibrio e misura”, “valutando con rigore l’opportunità di interventi pubblici e le sedi ove svolgerli nonché tenendo conto delle ricadute che le loro dichiarazioni possono avere nel dibattito pubblico e nei rapporti tra le Istituzioni”. “Ciò è richiesto”, conclude la nota “a tutti i magistrati, ancor di più a coloro che fanno parte di organi di garanzia costituzionale’’.

SCHIZOFRENIA DI FORZA ITALIA. Eppure in questo tutti contro tutti a far rumore è la schizofrenia di Forza Italia che prima ha preso le parti del pm per attaccare Bonafede e dopo giorni ha cambiato idea. Se in un primo momento il partito di Silvio Berlusconi, da sempre ostile al pm che ha indagato sulla Trattativa Stato-mafia e ottenuto la condanna di Marcello Dell’Utri, ha difeso il magistrato, ieri è tornato ad attaccarlo. “Per noi è inappropriato che un membro del Csm usi le trasmissioni televisive come un ring per accusare il guardasigilli”, ha detto il forzista Enrico Costa. Lo stesso ha poi lanciato una stoccata a Bonafede reo di aver “coccolato personaggi che mettono sotto i piedi le garanzie, che usano i mass media per rafforzare la loro immagine e le loro inchieste, che sparano a zero sulle Istituzioni”.