Dice il vero ma non si può dire: la Lega furiosa con Nordio

La leghista Matone boccia le uscite di Nordio ma solo perché - dice - non è conveniente renderle pubbliche

Dice il vero ma non si può dire: la Lega furiosa con Nordio

Sul referendum sulla giustizia, la deputata della Lega ed ex magistrata Simonetta Matone, collegata da remoto con il direttivo regionale allargato del Carroccio a Reggio Calabria, nello sfogo contro le performances autolesionistiche del ministro Carlo Nordio, finisce per scoperchiare il vaso. E conferma l’idea che la maggioranza stia provando a spacciare come “riforma tecnica” una resa dei conti politica con la magistratura.

Matone, innanzitutto, dice ad alta voce ciò che il fronte del No ripete da giorni: Nordio, con la sua campagna a colpi di invettive, sta diventando il miglior testimonial di chi voterà contro. Non è un dettaglio di comunicazione, è un metodo: quando un ministro della Giustizia attacca quotidianamente le toghe e arriva a definire il Csm un sistema “para-mafioso”, non apre un confronto, delegittima un’istituzione di garanzia. La stessa Matone con fastidio prova a quantificare il danno: “Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del Sì e quelli del No era dieci a zero, oggi, grazie all’improvvida iniziativa di Nordio, siamo purtroppo dieci a dieci”.

Nordio miglior testimonial per il No in rimonta nei sondaggi

E i sondaggi, in effetti, raccontano una partita riaperta: il sondaggio Demopolis, presentato a Otto e mezzo, segnala 40% per il Sì e 41% per il No, con il 19% di indecisi; tolti gli indecisi, Sì al 49% e No al 51%. YouTrend per Sky TG24 registra il Sì al 51,0% nello scenario di affluenza alta e il No avanti al 51,5% in quello di affluenza bassa. Al netto delle oscillazioni, un dato emerge: l’impostazione muscolare del governo non convince, polarizza.

Matone confessa il vero obiettivo della riforma

Ma il passaggio più rivelatore arriva subito dopo: “Nordio – dice Matone – confonde ciò che si può dire in un salotto con ciò che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente”. Tradotto: il problema per Matone non sarebbe il contenuto, ma che venga detto davanti ai cittadini. Un’ammissione che demolisce la narrazione rassicurante: se la riforma è limpida, perché mai esisterebbero “cose” da non dire?

Il Movimento 5 Stelle spiega bene il non detto: “Da mesi ci raccontano la favola della riforma tecnica. Poi arriva Matone e fa saltare il banco: definisce ‘folli’ le uscite del suo ministro, ma precisa che in fondo quelle idee sono condivise. Solo che non si possono dire. Però si possono fare”. Il senatore Luca Pirondini parla di “autodenuncia politica” e di un progetto per mettere “la giustizia sotto il governo”. E i rappresentanti M5S nelle commissioni Giustizia rincarano: Matone, dicono, conferma che la riforma serve a “colpire, indebolire e mettere al guinzaglio” il potere giudiziario.

Mantovano alimenta lo scontro con le toghe

Ma non è finita qui. A Nordio si aggiunge Alfredo Mantovano ad incendiare il clima e ad alimentare lo scontro con i magistrati. “È fisiologico che ci sia una certa radicalizzazione della propaganda. Ma quello che invece sconcerta è che i toni più estremi vengano espressi non dai partiti dell’opposizione, che semmai vanno a ruota, ma da esponenti della magistratura associata e non solo”, afferma il sottosegretario.

E meno male che poi aggiunga: Le parole del capo dello Stato, che ha chiesto rispetto per la magistratura, “non vanno né interpretate, né frazionate, né sminuzzate: vanno applicate”. Mantovano è poi tornato ad attaccare uno dei bersagli preferiti delle destre: Nicola Gratteri.

Solito berasaglio delle destre è Gratteri

“Siamo arrivati al punto, ma è un interrogativo, che un procuratore della Repubblica ipotizzi un’indagine a carico di chi dichiara sui social dove metterà la croce sulla scheda referendaria?”, chiede Mantovano, criticando alcune dichiarazioni del procuratore di Napoli. “Lui ha detto: ‘basta che lei vada sui social e vede le persone che scrivono sotto chi sono, se sono persone per bene. Ci sono persone per bene, ci sono pregiudicati. Ci sono parenti di pregiudicati, c’è di tutto, ci sono persone per bene e persone non per bene. Poi vediamo più avanti se serve, se serve altro allora’”. Mantovano dice di voler “riflettere” sull’ultima frase: “cosa serve? Se serve altro, cosa? Cioè – ribadisce – per caso stiamo parlando di indagini verso chi sui social si esprime a favore del sì? Perché un criminale va perseguito per i crimini che ha commesso, non per come voterà al momento del referendum”.