Dopo il mistero Rosneft, Intesa Sanpaolo vuole altri affari russi. Nel mirino una banca e una società navale

di Stefano Sansonetti
Economia

Il mistero russo di Intesa Sanpaolo si infittisce sempre di più. Dopo i 5,2 miliardi di euro prestati al fondo sovrano del Qatar (Qia) e al colosso minerario Glencore, per rilevare il 19,5% della compagnia petrolifera russa Rosneft, adesso ci si mettono altre operazioni, sempre in terra di Russia. Il fatto è che dal quartier generale italiano della banca, a quanto pare, non hanno per nulla gradito alcuni annunci fatti nei giorni scorsi dallo storico capo di Intesa a Mosca, Antonio Fallico. Ma cosa è successo esattamente? Intervenuto lo scorso 28 febbraio a un forum economico a Sochi, il manager ha detto che Intesa è interessata ad acquistare una banca russa. “La crescita non organica prevede l’opzione di acquistare un’altra attività bancaria. E di dimensioni buone, che ci permetta di essere tra le prime 10 banche russe”. Queste le sue parole, riportate dalle agenzie. Ma non finisce qui.

Il resto – Fallico, durante lo stesso forum, ha anche delineato un possibile interesse della banca italiana per la privatizzazione di Sovcomflot, il gruppo navale-cantieristico russo. In questo caso, come riportato anche da Bloomberg, il manager ha assunto un atteggiamento molto possibilista: “Se saremo invitati, con piacere. Ci siamo incontrati con i rappresentanti, ma non ci siamo ancora accordati. La Sovcomflot non guarda solo a Banca Intesa, coopera anche con altre banche, ma ci tiene comunque in considerazione”. Insomma, dichiarazioni che in Italia sono passate quasi inosservate, ma che hanno un peso specifico molto consistente dopo la contestata operazione Rosneft. Come ricordato nei giorni scorsi da La Notizia, infatti, Financial Times e Reuters già avevano sollevato alcuni dubbi sul maxiprestito da 5,2 miliardi di euro che Intesa ha fatto al fondo del Qatar e a Glencore per acquistare il 19,5% di Rosneft, società peraltro sotto sanzioni (esattamente come il suo numero uno, Igor Sechin). Il Financial Times aveva indicato Vtb, banca russa anch’essa nel mirino delle sanzioni, come la vera finanziatrice dell’operazione, a cui poi sarebbe subentrata Intesa. La Reuters, dal canto suo, aveva segnalato come i soldi del prestito fossero finiti a una joint venture tra Qia e Glencore con sede a Singapore e alcuni azionisti basati alle Isole Cayman. Da qui l’implicita domanda: a chi sono finiti esattamente i soldi? Infine, come da ultimo segnalato da La Notizia del 3 marzo scorso, anche il dossier Trump ha aggiunto massicce dosi di mistero sostenendo che nel luglio del 2016 uomini vicini a Sechin avevano offerto ad emissari americani di Donald Trump una maxi commissione sulla cessione del 19,5% di Rosneft, in cambio della cancellazione delle sanzioni attivate dagli americani. Per questo la dichiarazioni di Fallico, passate qui in Italia quasi sotto silenzio, non possono non avere rilievo. E soprattutto non può non essere registrata la smentita, arrivata lo stesso 28 febbraio, con la quale Intesa ha negato interessi a rilevare una banca russa. Smentita che fa riflettere, perché sembrerebbe voler smontare la più che dettagliata impostazione del suo manager di riferimento in Russia.

Lo sviluppo – La stessa smentita, però, non ha riguardato l’interesse di Intesa alla privatizzazione di Sovcomflot. Resta da capire cosa significhi nel dettaglio. Anche perché qui pesa il precedente di Rosneft: scesa in campo come semplice advisor del Cremlino, la banca italiana si è ritrovata la maggior finanziatrice dell’operazione. Tra l’altro, sempre da Sochi, Fallico ha difeso l’operazione Rosneft, quasi a voler rintuzzare i sospetti che ancora la circondano. Da qui la dichiarazione secondo la quale Intesa “non ha interesse” a condividere con altre banche la linea di credito erogata per la privatizzazione del 19,5% di Rosneft. Linee di credito i cui 5,2 miliardi, secondo quanto riportato dalle agenzie, sono stati definti dallo stesso manager “spiccioli”. Una provocazione, o forse un’uscita dettata dal nervosismo. Di sicuro si tratta dell’ennesimo tassello di un mistero russo che sulla stampa del Belpaese non va tanto di moda.

Twitter: @SSansonetti