È Verdini il salva Boschi. Denis entra in maggioranza e non vota la sfiducia

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di Lapo Mazzei

E ora  che i verdiani hanno formalizzato il loro pieno sostegno al governo, votando contro le mozioni di sfiducia, come la vogliamo mettere? Che è cambiata la maggioranza che sostiene l’esecutivo e quindi lo scenario politico? O che il voto degli italiani non ha più nessuna corrispondenza con la rappresentanza parlamentare e che andare al voto sarebbe un atto di legittima difesa del dettato costituzionale? Tutto  vero, se volete, tanto che l’imbarazzo all’interno del Pd è superiore a quello che serpeggia nel Paese, disorientato più dai giochi di Palazzo che dagli equilibri del potere. Potere, inteso in senso lato sia chiaro, che si aggrappa come l’edera alla logica della democrazia parlamentare. Tutto nasce e muore dentro le aule di Camera e Senato e non  nel chiuso dell’urna del seggio elettorale.

IL VOTO IN AULA
Seguendo il filo di questo ragionamento, quindi,  hanno ragione Denis Verdini e i suoi e torto tutti gli altri.  I giochi di palazzo governano l’Italia. Prima con il disarcionamento di  Silvio Berlusconi, poi con i governi del Presidente (Monti, Letta e Renzi) passando per il patto del Nazareno per finire con il voto del Senato. In pratica un unico fil rouge  senza soluzione di  discontinuità, confermato dai numeri con i quali sono state bocciate le mozioni sfiducia contro il governo: quella presentata da Forza Italia e Lega sulla vicenda banche ha registrato 178 no, 101  si e un astenuto. Per la seconda, i voti contrari sono stati 174, 84 i si, un astenuto. Il governo, di fatto, esce numericamente rafforzato da questa prova. Ma non politicamente. Il premier Matteo Renzi, che ha lasciato l’Aula dopo il suo discorso, ha giocato d’attacco ma senza un vero schema. “Questo è il governo che ha commissariato Banca Etruria senza alcun riguardo per i nomi e del Cda. Per noi non ci sono amici e amici degli amici”, ha detto il premier, “si afferma che ci sarebbe un conflitto d’interessi. Credo che su questi temi si debba avere coraggio di dire la verità perché di fronte all’accusa più infima e meschina, e cioè che c’è un trattamento diverso per qualcuno, bisogna avere il coraggio di guardare alla realtà”. L’unico tratto distintivo del suo ragionamento è stata la rinnovata fiducia nei confronti del ministro Maria Elena Boschi, nei confronti della quale aveva taciuto nei giorni scorsi. Ma null’altro ha concesso al tema politico, al nodo vero della questione. Che resta aperto e ancora tutto da sciogliere. “Non c’è stato un solo avvenimento che possa far parlare di un conflitto di interessi né per il ministro Boschi”, ha puntualizzato ancora il premier. E ancora: “In questo Paese chi ha sbagliato paga e non lo decidete voi o un blog, lo decidono i giudici”. Poi ha rivendicato la bontà dell’azione di governo: “Tenetevi le vostre polemiche, aggrappatevi al fango, noi pensiamo all’Italia e la lasceremo meglio di come l’abbiamo trovata”. Molta retorica e poca sostanza, molta campagna elettorale e poca, se non pochissima, analisi e ancor meno fatti. Che restano i veri latitanti del dibattito sulle banche, dato  che il governo non spiega. Ma questa è la democrazia parlamentare, bellezza.