A Kabul preghino Di Maio

In questi giorni tragici per centinaia di migliaia di afghani il ministero guidato da Di Maio ha messo campo un attivismo mai segnalato prima.

Chi bazzica i Social avrà visto in questi giorni più insulti del solito al nostro ministro degli Esteri: bibitaro, incapace, che non parla inglese e tutta la solita antologia di sciocchezze. Gli infaticabili fessi con tastiera si sono convertiti rapidamente da virologi in esperti di geopolitica e Afghanistan, e quindi tra la rava e la fava accusano l’Italia di non contare un piffero nello scacchiere internazionale.

IL SEGRETARIO DI STATO USA POMPEO IN CONFERENZA STAMPA CONGIUNTA CON LUIGI DI MAIO

Il motivo è che malgrado faccia tutto Draghi, la diplomazia è in mano all’inesperto Di Maio. Anzi, mentre ci siamo, la guerra a Kabul ce l’ha portata lui, anche se all’epoca aveva solo 15 anni. In realtà, per chi non si fa ingannare dall’esercito dei troll, in questi giorni tragici per centinaia di migliaia di afghani la Farnesina ha messo campo un attivismo mai segnalato prima (leggi l’articolo).

Al di là dei quasi cinquemila profughi portati in salvo col ponte aereo e del piano straordinario per i rifugiati coordinato con gli altri ministeri, i Comuni e le Regioni, proprio il tanto vituperato Di Maio non si è rassegnato ad aspettare Washington, Bruxelles o chissà quale marziano, e sta premendo sui Paesi più sentiti dai talebani per limitare quanto è possibile un immane disastro umanitario.

Ora per i sempliciotti può essere secondario che il ministro degli esteri russo sia venuto ieri a Roma, dimenticando che gli teniamo in piedi le sanzioni per l’Ucraina e abbiamo interessi divergenti in Libia, ma se c’è una possibilità una di contenere l’ondata di migranti e terroristi che può pioverci addosso questa è fare squadra per dialogare con chi governerà l’Afghanistan, e adesso ha solo l’interesse a garantire la stabilità dell’area, minacciata dai nemici interni ed esterni dell’Isis.

La teoria Conte, insomma, tradotta in azione di governo, con la consapevolezza che dialogare in situazioni tanto complesse non è mai facile e non si fa in due minuti, ma solo cominciando, insistendo, creando fiducia e costruendo ponti prima o poi si risolvono i problemi. Diversamente non ci sono che le bombe e tutto l’armamentario di azioni militari con cui abbiamo già fallito mille volte. D’altra parte, fare la guerra è sempre stato facile. È fare la pace che è difficile.

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