L'Editoriale

Le destre a pezzi per la Rai

Rai Meloni
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Adesso chiama anche Mattarella. Giorgia Meloni, furibonda per aver perso il suo uomo nel Cda della Rai (leggi l’articolo), vuole vendetta perché i suoi soci alle elezioni, Salvini e Berlusconi, hanno pensato alle loro di poltrone, e pazienza se gli assetti di Viale Mazzini non figurino tra le incombenze del Capo dello Stato.

Su una cosa però la leader di Fratelli d’Italia ha ragione, e ovviamente non parliamo della balla della minoranza di governo esclusa ingiustamente, storiella che le va bene quando c’è da acchiappare incarichi (vedi la presidenza Copasir) e poi scompare quando le destre fanno tutte insieme appassionatamente le liste per le amministrative, o governano Comuni e Regioni.

La cosa su cui ha ragione – per quanto indirettamente, perché il suo partito rivendica una cadrega esattamente quanto gli altri – è che la politica non ha mai messo un’unghia fuori dalla Rai, e il fatto che i neo consiglieri di amministrazione scelti dai partiti siano dei semi-sconosciuti ne è la prova più lampante. Così il servizio pubblico non ha nessuna possibilità di trasformarsi, perché anche il miglior manager al mondo dovrà fare i conti con gli equilibri del potere, e il personale si adeguerà a seguire il vento, come d’altra parte ha sempre fatto.

Parte da qua la staticità di questa azienda, che sperimenta poco e da più di cinquant’anni ci propina telegiornali sempre uguali, teche di vecchie glorie, le messe cantate di Bruno Vespa con i notabili di turno suoi amici. Il Paese si evolve, ma la Meloni invoca in manuale Cencelli. Se parliamo della Rai, lo può fare.

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