L'Editoriale

La diarchia globale tra Usa e Cina

La diarchia globale tra Usa e Cina

“Che il 2026 sia un anno storico e fondamentale che apra un nuovo capitolo nelle relazioni Cina-Stati Uniti”: è il titolo scelto dal Global Times, quotidiano controllato dal Partito comunista cinese, per dare l’interpretazione ufficiale della Cina sull’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino. L’editoriale illustra al mondo il nuovo equilibrio che il paese del Dragone intende costruire con Washington, e quale visione strategica Pechino stia tentando di imporre nel sistema internazionale. È un documento di posizionamento strategico della leadership cinese, scritto nel linguaggio tipico della diplomazia ideologica di Pechino, calibrato per influenzare l’opinione pubblica internazionale e le élite occidentali. Gli editorialisti cinesi enfatizzano il “nuovo capitolo storico” nelle relazioni sino-americane per costruire anzitutto una narrazione: l’elemento centrale dell’editoriale è la formula della “relazione costruttiva di stabilità strategica”.

La Cina vuole apparire non come potenza revisionista aggressiva, ma come garante della stabilità sistemica mondiale in un’epoca di frammentazione occidentale, guerre regionali e crisi dell’ordine liberale. Dietro questa rappresentazione apparentemente conciliatoria si nasconde una ridefinizione molto sofisticata dei rapporti di forza globali. La Cina non propone infatti un’alleanza con gli Stati Uniti, né una riconciliazione ideologica; propone piuttosto una “gestione concertata” della competizione. È un concetto che rompe con la visione americana degli ultimi anni fondata sulla “competizione strategica”. Pechino sta dicendo a Washington: la rivalità tra grandi potenze è fisiologica, ma gli Stati Uniti non devono lasciarsi imprigionare nella “trappola di Tucidide”, evocata da molti strateghi contemporanei per descrivere il rischio di una guerra sistemica tra potenza dominante e potenza emergente, perché il confronto tra Cina e America deve essere governato dentro un quadro stabile che riconosca implicitamente la legittimità geopolitica di Pechino pari a quella degli Stati Uniti.

Catqua In questo senso, il lessico della “stabilità” non è neutrale: è il linguaggio delle grandi potenze che cercano di istituzionalizzare sfere di influenza e limiti reciproci. Da qui il riferimento alle “quattro stabilità” indicate da Xi Jinping, che costituiscono una vera architettura teorica: cooperazione come fondamento, competizione moderata, gestione delle differenze, pace duratura. Dietro la formula c’è una critica implicita all’approccio statunitense dell’ultimo decennio. Pechino sostiene che Washington abbia trasformato la relazione in una spirale ideologica attraverso dazi, restrizioni tecnologiche, guerra dei semiconduttori, alleanze indo-pacifiche e tentativi di “decoupling”. L’editoriale afferma apertamente che questa strategia è fallita e che gli Stati Uniti ora tornano a una linea più pragmatica. Il Global Times presenta la Cina come attore coerente, razionale e paziente, e rappresenta gli Stati Uniti come potenza che ora riconosce l’inevitabilità dell’ascesa cinese.

INTERLOCUTORI ALLA PARI

Le osservazioni dei media occidentali insistono sul fatto che Xi avrebbe ottenuto un riconoscimento simbolico enorme: essere trattato da Trump come interlocutore paritario e indispensabile. La Cina cercava precisamente questo risultato, ma anche Trump trae vantaggio dalla stabilizzazione del rapporto. Gli Stati Uniti hanno oggi bisogno di ridurre simultaneamente il peso di più fronti strategici: Ucraina, Medio Oriente, tensioni nell’Indo-Pacifico, pressione inflazionistica, vulnerabilità delle catene industriali. Una relazione sino-americana meno instabile consente a Washington maggiore flessibilità strategica. In altre parole, siamo davanti a una convergenza di interessi tra due potenze che comprendono quanto il conflitto incontrollato sarebbe economicamente e militarmente devastante. L’editoriale del Global Times insiste anche sulla “pace”, sulla “prevedibilità” e sulla “cooperazione”. Questo linguaggio non va liquidato come mera propaganda.

La Cina ha effettivamente interesse alla stabilità: il suo modello economico dipende ancora dall’interdipendenza globale, dai mercati, dalle esportazioni e dall’accesso tecnologico. Pechino non vuole il collasso dell’ordine internazionale, ma vuole incidervi espandendo la sua potenza economica, senza che sia accusata di alterare gli equilibri interni dei mercati nazionali. Xi Jinping sa che il tempo strategico è dalla parte della Cina se il sistema internazionale resta relativamente stabile. Un conflitto prematuro, soprattutto su Taiwan, potrebbe interrompere il processo di consolidamento tecnologico e finanziario cinese. Da questo punto di vista, la retorica della “stabilità strategica” è anche un tentativo di congelare il confronto dentro limiti gestibili mentre la Cina continua ad accumulare potenza. L’importante è avere avvisato Trump di non alimentare le narrazioni sull’indipendenza di Taiwan, e di valutare le conseguenze sul rapporto con la Cina se continua a sostenere militarmente l’isola.

L’EUROPA AL BIVIO

L’editoriale del Global Times tenta quindi di cristallizzare un momento che Pechino percepisce come storicamente favorevole: un’America più pragmatica, un’Europa frammentata, un Sud globale sempre meno disposto ad allinearsi automaticamente all’Occidente, e una Cina ormai abbastanza forte da negoziare da posizione paritaria con Washington. Ma il testo rivela anche una certa ansia strategica. L’insistenza ossessiva sulla “stabilità” tradisce la consapevolezza cinese che il sistema internazionale sia entrato in una fase altamente volatile. La leadership cinese teme ancora il contenimento tecnologico, le coalizioni indo-pacifiche, la militarizzazione di Taiwan e soprattutto l’imprevedibilità politica americana. La Cina vuole fissare il principio secondo cui le due superpotenze devono coesistere e riconoscersi reciprocamente.

In fondo, il vero messaggio geopolitico dell’editoriale è questo: Pechino non chiede più di essere accettata nell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti; chiede che quell’ordine venga ridefinito sulla base di una diarchia strategica sino-americana. Ed è precisamente questa prospettiva – più ancora della crescita economica cinese – che inquieta profondamente una parte delle élite occidentali. All’Europa non resta che domandarsi se ancora deve dare spazio alle divisioni dei suoi sovranisti: intende rassegnarsi ad essere solo oggetto degli interessi egemonici della nuova diarchia globale?

Maurizio Delli Santi, Membro dell’Internatinal Law Association