L'Editoriale

Lacrime di coccodrillo sul Colle

Mario Draghi
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Se si manda a Palazzo Chigi un burocrate e banchiere poi non si può pretendere che sappia fare anche politica. Dunque c’è poco da stupirsi per gli errori ciclopici di Draghi, che dall’autocandidatura al Quirinale alle riforme a malapena disegnate, fino alla tenuta del suo governo, non ci ha preso mai.

Ovviamente a sentire i poteri forti e i loro leccaculo, o la propaganda di tv e giornali – roba che pure Putin se la sogna – il premier è più infallibile del Papa. Ma in realtà la maggioranza affidatagli da Mattarella è a un passo dall’implodere, per una evidente sottovalutazione dei problemi reali del Paese.

Solo così può spiegarsi la pretesa di aumentare la spesa militare mentre migliaia di famiglie e imprese non riescono a pagare la bolletta della luce. Tra la Nato che vuole le armi e i cittadini, Draghi ha fatto la sua scelta senza calcolare che non tutte le forze politiche sono ai suoi comodi.

E per quanto Conte e i 5 Stelle abbiano donato fiumi di sangue per non lasciare l’Italia senza guida in mezzo a una pandemia e con i soldi europei da non perdere, aspettarsi che si taglino gli zebedei per l’industria bellica è uno sbaglio da dilettanti.

Perciò il Presidente del Consiglio ieri sera se n’è andato a piangere sul Colle (leggi l’articolo), sperando in un ennesimo salvataggio che stavolta difficilmente potrà arrivare. A questo punto, infatti, solo Draghi può salvare se stesso, rinviando ad altri tempi la spesa per gli armamenti, e soprattutto cominciando a rispettare se non lo schieramento più importante in Parlamento, almeno il volere popolare. Che tra le armi e l’economia da sostenere sa perfettamente da che parte stare.

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