Alla fine le scuse, ai colleghi che indossano la divisa, le ha porte solo l’agente arrestato, con l’accusa di omicidio volontario, per il delitto di Rogoredo (leggi pezzo s pagina 4) che le destre, da Meloni e Salvini in giù, avevano già assolto dieci minuti dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del poliziotto. Di scuse, ai magistrati che hanno ricostruito i fatti con professionalità e diligenza nonostante il fuoco di fila aperto nei loro confronti da mezzo governo, invece, neppure l’ombra.
Così, l’occasione che a destra non vedevano l’ora di cavalcare per rilanciare l’ideona dello scudo penale agli agenti (poi allargato a tutti gli italiani, dopo l’intervento del Colle, nell’ennesimo pacchetto sicurezza) e l’urgenza del Sì al referendum del 22-23 marzo (che con la vicenda di Rogoredo non c’entra un fico secco) ha finito per rivelarsi il migliore assist ai sostenitori del No. Perché svela, se non fossero già bastate le “confessioni” di Nordio e Tajani, o l’outing involontario della leghista Matone sull’indicibile (in pubblico) verità sulla riforma del Csm, la forma mentis di questo centrodestra.
A cominciare da Meloni – in prima linea a gridare allo scandalo per la decisione della Procura di Milano di indagare il poliziotto di Rogoredo – che già dopo la brutale aggressione all’agente alla manifestazione di Torino, pregustando la vittoria dei Sì alla consultazione di marzo, si era portata avanti col lavoro formulando direttamente l’accusa (tentato omicidio) nei confronti dei picchiatori, al posto del pm che vogliono separare dal giudice con la riforma vergata dal ministro Nordio. Anche se, a giudicare dal risultato dell’ultimo sondaggio Ixè, che per la cronaca certifica il vantaggio (di sei punti) dei No al prossimo referendum, il 51% degli intervistati (dato in crescita rispetto al 45% dell’anno scorso) dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia nella magistratura a fronte di un misero 12% rimediato dai partiti, sarebbe forse meglio separare altro. Tipo la politica dalla giustizia.