Il cinema d’inchiesta non può più affidarsi al lusso della memoria a posteriori: oggi ha il dovere politico e morale di raccontare la carneficina mentre è ancora in corso. Con la presentazione e i riconoscimenti tributati al film-documentario Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, il cinema strappa il velo dell’ipocrisia e riafferma la sua funzione più immediata: portare la realtà davanti all’opinione pubblica e abbattere i muri dell’omertà istituzionale e sociale.
Naza non è un semplice esercizio di stile, né una fredda rassegna di macerie e drammi umani. Attraverso testimonianze dirette, racconti raccolti in incognito e filmati girati dai residenti sotto le bombe, l’opera penetra i meccanismi del potere, smonta la macchina della propaganda e mostra il crollo degli argini etici nei contesti di guerra. Offre così una chiave di lettura incisiva della violenza strutturale e del controllo capillare dell’informazione. Da questa prospettiva emergono tre dinamiche fondamentali. La prima è la progressiva normalizzazione dell’orrore: la violenza prolungata e la propaganda di Stato mirano a desensibilizzare le coscienze, fino a rendere quotidiano e accettabile ciò che dovrebbe suscitare sdegno e indignazione. Naza interrompe questo processo con un cortocircuito etico, scuote il pubblico dalla propria apatia e trasforma le prove visive e le testimonianze dirette in un richiamo morale impossibile da ignorare.
I profitti prima della salute. Il conto che la Procura di Taranto ha presentato a Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, ammonta a 342 milioni di euro. Euro più, euro meno. Un ingiusto profitto, secondo i pm, causa di un disastro ambientale coperto dalle autorità che avrebbero dovuto bvigilare. Tanto che ieri i pm Mariano Buccoliero, Francesco Ciardo (oggi alla Procura di Lecce) e Francesco Sansobrino hanno chiesto gli arresti domiciliari per Morselli, per Alessandro Labile, all’epoca direttore dello stabilimento, e per Francesco Astorri, responsabile della sezione Ispra che valuta e controlla gli impianti di interesse strategico nazionale. Cioè il controllore. Per altre dieci persone, tra manager e responsabili, sono state chieste misure interdittive. Per ora nessuno andrà ai domiciliari.
Tra gli indagati, anche Aditya Mittal, in qualità di ad di ArcelorMittal, e Franco Bernabè, ex presidente del Cda di Acciarie d’Italia, che risponde dell’ipotesi di truffa in relazione alle quote di C02. Il gip Francesco Maccagnano ha fissato per il 3 novembre l’interrogatorio preventivo dei tre. Solo dopo deciderà sulle richieste.. Il gip Francesco Maccagnano ha fissato per il 3 novembre l’interrogatorio preventivo dei tre. Solo dopo deciderà sulle richieste. L’inchiesta riguarda le emissioni dello stabilimento tra il 2019 e il 2024. Gli indagati sono 28, più cinque società. Otto rispondono di associazione per delinquere finalizzata a reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. A vario titolo si contestano disastro ambientale, inquinamento e truffa ai danni dello Stato.
Mancati controlli
Secondo la Procura, le emissioni avrebbero fatto salire progressivamente il benzene nell’aria del quartiere Tamburi, fino a configurare un disastro ambientale. Sotto accusa le manutenzioni ordinarie, che sarebbero state carenti, e i controlli.
Ai principali indagati si contesta di aver orientato a favore dell’azienda le ispezioni Ispra sull’Autorizzazione integrata ambientale. Da qui la posizione di Astorri. Poi c’è il capitolo CO2. Per l’accusa, l’acciaieria era gestita per spingere produzione e profitti, tagliando i costi a spese dell’ambiente. Il risultato, sempre secondo i pm, sarebbe un ingiusto profitto da 342 milioni ai danni dell’Unione europea, legato alle quote di emissione Ets.
Anni di indagini
L’indagine viene da lontano. Nel marzo 2024 Morselli ricevette l’avviso di proroga delle indagini nate da un esposto sui picchi di benzene. A luglio arrivarono perquisizioni e sequestri per la presunta truffa sulle quote di CO2, poi gli avvisi di garanzia. Da febbraio 2024 Morselli non è più amministratrice delegata, dopo la nomina dei commissari straordinari da parte del governo. A Milano è indagata anche per bancarotta fraudolenta, un’inchiesta nata da una relazione dei commissari.
Mistero sulla cassazione
Mentre a Taranto si cerca chi abbia avvelenato i Tamburi, a Roma si aspetta di sapere se gli altiforni potranno ripartire. Il 20 ottobre le Sezioni Unite civili hanno esaminato il decreto con cui, il 27 luglio, la Corte d’Appello di Milano ha ordinato entro 90 giorni lo stop di altiforni, acciaierie e impianti connessi perché dannosi per la salute. Nel decreto i punti chiave sono le polveri sottili PM 2,5 e PM 10 e l’amianto negli altiforni. La causa l’avevano promossa i cittadini di Taranto. Il collegio di nove magistrati, presieduto dal primo presidente, ha ascoltato le parti e si è riservato la decisione, che sarà notificata in seguito.
A sette giorni dall’udienza nessun esito è stato reso pubblico. Si conosce solo la linea della Procura generale. In aula l’avvocato generale Luigi Birritteri aveva sostenuto che nel decreto milanese mancasse il bilanciamento tra tutela della salute e produzione industriale, chiedendo di accogliere in parte i ricorsi. I legali dell’Associazione Genitori Tarantini, Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni, hanno difeso la decisione di Milano: per loro la continuità produttiva non può prevalere sui beni tutelati dalla Costituzione. Le Sezioni Unite possono confermare il decreto, annullarlo definitivamente o annullarlo con rinvio alla Corte d’Appello.
Il governo intanto si è coperto le spalle. L’ultimo decreto legge autorizza i commissari a tenere gli impianti in preriscaldo, un minimo tecnico senza produzione, fino al 15 dicembre. L’Altoforno 2, l’unico in attività, è già in preriscaldo. Oggi è in programma l’ennesimo vertice a Palazzo Chigi con i sindacati. Sul tavolo la cassa integrazione straordinaria chiesta dai commissari il 14 ottobre, che porterebbe i lavoratori coinvolti da 4.450 fino a 8.622.