L'Editoriale

Un Paese che non sa decidere

Green Pass Draghi
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Contrordine compagni. Il Green Pass per lavorare non piace a tanti e dopo averlo concordato Governo, imprese e sindacati adesso, a due giorni dall’obbligo (leggi l’articolo), pare che se ne possa fare a meno. Un’inversione a U rispetto al rigore che nei piani di Draghi dovrebbe avvantaggiarci sui Paesi ancora alle prese con la pandemia, facendoci archiviare il Covid mentre i competitor economici vi annaspano, spingendo così ancora di più la crescita.

Dai manifestanti che hanno devastato la Cgil alle aperture del Viminale, passando per Beppe Grillo che parla di pacificazione e propone i tamponi gratis ai lavoratori che non si vaccinano, sull’argomento regna il caos. Salvini e Meloni gongolano perché loro “l’avevano detto”, le organizzazioni datoriali che volevano persino l’obbligo vaccinale non contano più gli associati che si dissociano, mentre i confederali si sono candidamente rimangiati l’impegno.

Come al solito, insomma, la parola data conta pochissimo, al netto del diritto di ciascuno di tirarsi indietro se le condizioni dovessero cambiare. Ma da qui a tre settimane fa, quando si decise per l’obbligo del certificato verde sul posto di lavoro cos’è cambiato? Niente. Assolutamente niente. Dunque, chi rinuncia al migliore strumento di cui disponiamo per spingere masse di indecisi a vaccinarsi si assume la responsabilità di rallentare la fine di quest’incubo, accontentano le frange rumorosa ma dicendo a tutti gli altri che hanno sbagliato a fidarsi, a correre per farsi il Green Pass e se tanto mi da tanto forse persino a vaccinarsi. Una lezione che non si dimentica.

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