L'Editoriale

Populismo, riformismo ma soprattutto pulpitismo

Chiamiamolo pulpitismo: un gruppo che si percepisce come aristocrazia e predica da un pulpito su cui non l'ha messa nessuno

Populismo, riformismo ma soprattutto pulpitismo

Il 7 giugno 2026 Pina Picierno ha fondato un movimento riformista e non ha citato una sola riforma. Tre giorni prima aveva lasciato il Partito democratico con una frase da lapide, «la casa dei riformisti non c’è più», ed era passata ai Democratici Europei, gruppo Renew Europe. Adesso c’è Spazio Pubblico, che lei stessa definisce “non una corrente, non un’etichetta”. Definirlo, in effetti, è il problema.

Il manifesto parla a “chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro” e promette di radunare “coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura”. Tolto l’aggettivo riformista resta il vecchio programma del partito dei signori con la cravatta civica. Per ora nessuna misura, nessun numero, nessuna proposta: la parola riformismo galleggia da sola, e galleggia perché ormai non nomina più nessuna riforma. Lo aveva spiegato bene Lorenzo Zamponi su Jacobin Italia già nel 2023: oggi riformismo significa il rifiuto categorico di uscire dai binari del pilota automatico.

Dicono di voler sconfiggere il populismo, qualsiasi cosa significhi. Solo che il populismo è esattamente questo: un appello al popolo virtuoso contro le élite corrotte, l’autoinvestitura dei migliori, il disprezzo per chi vota male. Sono populisti in purezza, col costume degli arguti, e pure con esibito orgoglio.

Potremmo chiamarlo pulpitismo: un piccolo gruppo che si percepisce come aristocrazia e che predica da un pulpito su cui non l’ha messa nessuno, autoproclamata competente, sicura di meritare la guida. Il fenomeno è più largo di Picierno: è l’intera area che si dice riformista, un centro affollato di dirigenti e povero di elettori, dove gli sparuti partiti si fanno la guerra. Il Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda si è sciolto nel 2023 dopo mesi di liti, e da allora Azione, Italia Viva e +Europa corrono separati, tutti intorno alla soglia di sbarramento. Competenti per autocertificazione, condannati dall’aritmetica sporca e cattiva (e populista). E Calenda ha già salutato la nuova arrivata: Azione c’è, e tanto basta.

E così resta il riformismo come il vestito nuovo dell’imperatore: tutti chiamati ad ammirare il taglio sopraffino di un abito che non c’è, e guai a dire che il re è nudo. Le riforme, quelle, si vedono quando arrivano. Qualcuno, prima o poi, dovrà mostrarcele. Intanto accontentiamoci del pulpitismo.