L'Editoriale

Non cediamo alla legge della paura

Non cediamo alla legge della paura

Non cediamo alla legge della paura

“La democrazia è il governo del potere pubblico in pubblico”: il monito di Norberto Bobbio dovrebbe indurre ancora oggi alla riflessione. La definizione contiene una verità essenziale: la democrazia non è soltanto un metodo per scegliere chi governa, ma anche un insieme di regole che impediscono al potere di sottrarsi al controllo della comunità. La democrazia vive nella trasparenza delle decisioni, nella responsabilità di chi esercita un’autorità e nella capacità delle istituzioni di sottoporre ogni forza a un limite. È proprio nei momenti più difficili, quando la paura cresce e la richiesta di sicurezza diventa più forte, che una società rivela la qualità della propria cultura democratica.

Le vicende di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per l’uccisione di due rapinatori, e quella di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, appaiono ricondursi a contesti diversi, ma pongono davanti alla coscienza collettiva una domanda essenziale: quale rapporto vogliamo costruire tra sicurezza e libertà? Quanto spazio può occupare la forza senza che il diritto perda la propria funzione di protezione dell’uomo? Una democrazia non nasce negando il dolore delle vittime. Al contrario, il primo compito delle istituzioni è ascoltare chi subisce una violenza, restituire sicurezza a chi si sente abbandonato, garantire prevenzione, presenza dello Stato e certezza della pena. Ma proprio per questo il diritto deve essere più forte della paura. La civiltà giuridica moderna nasce dal superamento della vendetta privata.

Significa riconoscere che ogni persona ha diritto alla difesa, ma nessuno può trasformarsi contemporaneamente in giudice, accusatore ed esecutore della propria idea di giustizia. La legittima difesa è una garanzia prevista dall’ordinamento, non un principio che autorizza la punizione personale. Nel caso Roggero il punto decisivo non riguarda la violenza iniziale subita dal gioielliere, che fu reale e drammatica, ma il momento nel quale la reazione si è trasformata, secondo i giudici, da difesa dall’aggressione a risposta punitiva verso persone in fuga. è proprio questo il confine sottile che il diritto deve presidiare: distinguere la protezione della vita dalla deriva di una forma privata di giustizia, della vendetta.

Lo stesso principio cale, in senso inverso, per lo Stato. Le forze dell’ordine hanno il compito fondamentale di difendere la collettività e, in una società democratica, rappresentano il volto concreto dello Stato sul territorio. Proprio per questo il loro potere deve essere accompagnato da una responsabilità ancora maggiore. Il monopolio pubblico della forza non significa libertà dalla legge: significa un vincolo più rigoroso alla legge.

Da Roggero a Fakir

Nel caso Fakir sarà il procedimento giudiziario a stabilire cosa sia accaduto e quali eventuali responsabilità individuali possano emergere: anticipare sentenze fuori dai tribunali sarebbe contrario ai principi dello Stato di diritto. Ma attendere la verità processuale non significa rinunciare alla riflessione civile. Ogni volta che una persona perde la vita durante un intervento coercitivo dello Stato, una democrazia seria deve interrogarsi sui propri strumenti, sui propri protocolli e sulla capacità delle istituzioni di proteggere anche chi si trova nella posizione più fragile, quella di chi è sottoposto alla forza pubblica.

Il caso di George Floyd negli Stati Uniti ha mostrato al mondo quanto possa essere delicato questo equilibrio. La questione non riguarda soltanto il comportamento di singoli operatori, ma il principio generale secondo cui la forza deve rimanere sempre proporzionata, necessaria e finalizzata al controllo della situazione, mai alla mortificazione della persona. Qui emerge la responsabilità più alta della politica. In una vera democrazia i leader politici hanno il dovere di raccogliere il grido di chi chiede sicurezza, ma anche di non utilizzare il dolore come propaganda e strumento di divisione.

Occorre evitare che una tragedia diventi un simbolo da brandire contro l’avversario politico. Sarebbe un errore usare il caso Roggero per sostenere che ogni reazione individuale possa essere giustificata in nome della paura. Significherebbe indebolire proprio quel principio che dovrebbe proteggere tutti: nessuno può sostituirsi allo Stato. Ma sarebbe altrettanto grave utilizzare il caso Fakir, prima della conclusione degli accertamenti, per alimentare una sfiducia generalizzata verso coloro che ogni giorno esercitano una funzione difficile e indispensabile.

La responsabilità di alcuni, quando eventualmente accertata, non può trasformarsi nella condanna di un’intera istituzione. Né bisogna rinunciare a interrogarsi se la condotta di un’agente merita riflessioni. La semplificazione è la grande tentazione del nostro tempo. Trasformare ogni vicenda complessa in uno scontro tra parti politiche come tifoserie rende tutto più facile da raccontare, ma impoverisce la democrazia. Il diritto invece nasce proprio per resistere alla pressione delle emozioni collettive e per ricordare che ogni persona, vittima o responsabile, rimane dentro il perimetro della dignità umana.

Sicurezza & Diritti

La sicurezza non può essere costruita contro i diritti, perché senza diritti anche la sicurezza diventa fragile. Una società realmente protetta non è quella nella quale la forza prevale, ma quella nella quale la forza viene governata dalla legge. Il compito delle istituzioni democratiche è difficile: devono essere ferme senza diventare dure, autorevoli senza diventare arbitrarie, capaci di proteggere senza perdere umanità. La vera forza dello Stato non si misura soltanto dalla capacità di reprimere il male, ma dalla capacità di non assomigliargli.

Per questo le vicende Roggero e Fakir, pur diverse, consegnano alla politica e ai cittadini una stessa responsabilità: difendere la sicurezza senza sacrificare la giustizia, chiedere legalità senza rinunciare alla compassione, pretendere ordine senza dimenticare che il primo fondamento di ogni ordinamento democratico resta la persona umana.

Queste riflessioni devono indurre anche a domande più ampie, che riguardano la responsabilità della politica nel prevenire le condizioni che alimentano paura, insicurezza e conflitto sociale. Occorre anche interrogarsi sulle cause profonde dei fenomeni che producono marginalità, esclusione, perdita di fiducia nelle istituzioni e fratture all’interno della comunità. È evidente oggi in Europa il problema del controllo dei flussi migratori, una funzione necessaria di ogni Stato, così come appartiene alla responsabilità delle istituzioni garantire ordine, sicurezza e rispetto delle regole.

Equilibrio delle regole

Ma il governo dei fenomeni migratori non può essere affidato esclusivamente alla logica dell’emergenza o della repressione: una politica efficace deve distinguere tra chi viola la legge e chi, invece, vive una condizione di vulnerabilità. Ogni situazione di marginalità abbandonata a sé stessa rappresenta un terreno nel quale possono crescere disagio, risentimento e forme di violenza. Per questo la prevenzione passa anche attraverso politiche di inclusione, istruzione, lavoro, sostegno alle comunità e rafforzamento dei legami sociali.

Confondere fenomeni diversi, criminalizzare l’intera umanità dei migranti o trasformare la paura in un giudizio collettivo rischia solo di alimentare quelle tensioni sociali che una politica responsabile dovrebbe prevenire. La sicurezza duratura non nasce soltanto dall’aumento degli strumenti repressivi, ma dalla capacità dello Stato di governare i fenomeni complessi con tutti gli strumenti necessari: controllo delle frontiere ma soprattutto cooperazione internazionale, contrasto alle organizzazioni criminali che sfruttano la vulnerabilità dei migranti, ma anche percorsi effettivi di integrazione e rispetto della legalità.

Una società democratica non può scegliere tra fermezza e umanità: deve costruire un equilibrio nel quale il rispetto delle regole non diventi indifferenza verso la persona e la solidarietà non diventi rinuncia alla sicurezza. Uno Stato forte è quello che protegge i cittadini, mantiene il controllo del territorio, applica la legge con fermezza e, nello stesso tempo, affronta con intelligenza le radici sociali e globali dei problemi che generano paura e insicurezza. Solo così Stato, democrazia e diritto possono dare un senso compiuto al loro ruolo: non devono solo concepire strumenti di reazione alla violenza, ma soprattutto costruire una convivenza civile basata sulla responsabilità e sul rispetto della dignità dell’uomo.

Maurizio Delli Santi, Membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei