I programmi elettorali, si sa, hanno un ciclo di vita molto limitato. Poche settimane, al più qualche mese, e poi ce ne si dimentica. E tutti sembrano essersi scordati quell’ormai lontanissimo programma in 15 punti presentato dal centrodestra unito prima delle elezioni politiche del 2022. Eppure quel documento esiste ancora e dimostra come l’operato del governo guidato da Giorgia Meloni abbia fatto l’esatto opposto di quel che prometteva in diversi campi. A certificarlo ieri è arrivato anche l’Istat, che ha evidenziato – per l’ennesima volta – l’aumento della pressione fiscale in Italia. Dopo i record toccati negli scorsi mesi, la crescita è stata netta anche nel primo trimestre del 2026.
“Riduzione della pressione fiscale per famiglie, imprese e lavoratori autonomi”, era il primo punto del capitolo sul “fisco equo” del programma del centrodestra. Promessa quanto mai lontana dall’essere realizzata. Che si affianca a un’altra promessa smentita dai fatti, quella relativa alla “tutela del potere d’acquisto di famiglie, lavoratori e pensionati di fronte alla crisi economica e agli elevati tassi di inflazione”. E anche su questo l’Istat smentisce il governo, perché certifica un recupero quasi nullo del potere d’acquisto delle famiglie, peraltro in un contesto di inflazione ancora sotto controllo riferendosi a un periodo precedente allo scoppio della guerra in Iran e alla conseguente crisi energetica.
Per il governo, comunque, tutto ciò poca importa, perché la narrazione non cambia: per Meloni, per esempio, la pressione fiscale cresce perché sono aumentati gli occupati così come il recupero dall’evasione. Mentre il potere d’acquisto cresce, sostiene. Nel primo caso smentita da tutti gli economisti e nel secondo anche dai dati che dicono che l’Italia è il Paese in cui si registra la peggior perdita di potere d’acquisto in Europa dalla crisi inflativa del 2022. D’altronde non è una novità che il racconto di Meloni si infranga contro i dati. I dati, appunto. Quelli dell’Istat che dicono che nel primo trimestre la pressione fiscale è salita al 37,6%, tre decimi in più dello stesso periodo del 2025.
I conti trimestrali dei settori istituzionali dell’istituto di statistica evidenziano un aumento dello 0,3% dovuto principalmente alla crescita delle entrata complessive delle amministrazioni pubbliche, con un +4% su base annua. Un aumento superiore alle uscite, che si fermano al +2,6%. Lo Stato incassa di più. Ed è quindi utile ricordare che la pressione fiscale è determinata dal rapporto tra le imposte più i contributi sociali e il Pil. In pratica è un indice di quanto lo Stato chiede ai cittadini per permettere all’apparto amministrativo di funzionare. Ancora, una cifra che dice quanta parte del reddito prodotto in un Paese viene prelevato attraverso imposte e contributi sociali. E questa parte è nettamente aumentata nei primi tre mesi del 2026. Tanto più se consideriamo che non siamo di fronte a una recessione, con il Pil che nel primo trimestre è cresciuto dello 0,3% su base trimestrale e dello 0,8% annuo. Nessuna scusante, quindi.
L’altro dato fornito dall’Istat è quello relativo al reddito disponibile delle famiglie: è cresciuto dell’1,6% rispetto al trimestre precedente. Ma non basta a spingere i consumi, che crescono meno: solo +1,4%. A salire è invece stata la propensione al risparmio: due decimi di punto in più rispetto al trimestre precedente e un dato che tocca ora l’8%. Un dato che non stupisce se pensiamo che il potere d’acquisto delle famiglie non viene recuperato: la crescita è stata solo dello 0,8%. E, ricordiamo, in un trimestre con inflazione bassa. Tanto che l’Unione nazionale consumatori parla di dati “superati dall’effetto-Iran”, considerando che non si erano “ancora dispiegati gli effetti nefasti” del conflitto. E nel secondo trimestre l’attesa è che si registri un netto peggioramento. Per Pasquale Tridico, capodelegazione M5s al Parlamento Ue, l’economia in Italia è “ferma” perché “la pressione fiscale è a livelli record”. Per Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva, “il governo Meloni si conferma l’esecutivo delle tasse”.