Enrico Letta ormai è in bilico

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di Lapo Mazzei

Occhio alle date, prego. «Non voglio andare al governo senza passare per il voto popolare» (9 febbraio 2014). «A me conviene votare, all’Italia no» (7 febbraio 2014). «Mi ricandido a sindaco per i prossimi cinque anni» (23 dicembre 2013). «Tutto il Pd aiuterà Enrico» (18 dicembre 2013). «Non farò cadere il governo» (9 dicembre 2013). «Abbiamo l’ambizione di cambiare l’Italia non di cambiare governo» (8 dicembre 2013). «Io mi fido della squadra del Pd: o questo passaggio lo portiamo a casa o salta l’Italia. Se salta la legge elettorale salta l’Italia. E giovedì si decide sul governo» (11 febbraio 2014, direzione Pd). Flash d’agenzia: «Renzi a Firenze, pomeriggio di lavoro a Palazzo Vecchio» (11 febbraio 2014).

Cambio di strategia
Ecco, se provate ad unire tutte queste dichiarazioni come se fossero i punti magici della settimana enigmistica, diventa difficile riuscire a trovare un centro di gravità permanente, un baricentro che renda l’idea che dietro a quei pensieri e a quelle parole ci sia la stessa persona, ovvero Matteo Renzi, sindaco di Firenze e segretario del Pd. Perché nel volgere di un mese il Rottamatore, ormai anche di se stesso e delle sue idee (tanto che a Firenze è già iniziato il totosindaco per la sua successione), non solo ha modificato il linguaggio ma ha radicalmente cambiato idea, nella convinzione che il suo One Man Show o va in onda adesso oppure mai più. Dunque la staffetta non è più solo un’ipotesi ma una reale possibilità, sempre che il partito trovi un posto per Enrico Letta, consegnandogli una exit strategy all’altezza delle sue richieste. Perché la politica italiana, soprattutto a sinistra, ormai è solo figlia delle personalizzazioni e non delle convinzioni, delle conventicole e non delle convinzioni. Illusioni più che idee, apparenza più che sostanza.
E Renzi, titolare della logica dello One Shot, invece di aspettare ha deciso di giocarsi ora la fiche sulla ruota di Palazzo Chigi, con il Colle pronto a non scendere in campo ma ad osservare. Soprattutto dopo l’assalto frontale portato al Quirinale dal Corriere della Sera. Ovvero dal partito giornale che a suo tempo aveva fortissimamente sponsorizzato lo stesso Mario Monti. Insomma, un quadro complesso e articolato che solo e soltanto il Pd può sciogliere. «Si stanno preparando per la loro festa in casa» dice un esponente di primo piano di Forza Italia, riferendosi alla direzione del Pd in programma domani. «Chissà come si divertiranno» sostiene lo stesso senatore azzurro, convinto che la legge elettorale sarà approvata. «Poi si vedrà». Già, e cosa vedremo? Di sicuro non assisteremo a un rimpastone, semmai al ripristino dell’ordine dei fattori con la nomina del successore di Nunzia De Girolamo. E altrettanto sicuramente non andremo al voto ora: a Renzi non serve e Forza Italia non è pronta. Forse andrà in scena una staffetta: fuori Letta dentro Matteo. Oppure assisteremo al rilancio di Letta con il segretario del Pd nel ruolo di azionista di maggioranza. Di tutto, Quirinale compreso.
Insomma, potrebbe essere proprio il sindaco di Firenze a scegliere il successore di Napolitano in modo da avere un amico fidato nel momento in cui andrà a Palazzo Chigi come premier. Una schema di gioco hard ma capace di garantirgli un futuro soft. Anzi, garantito. Le prossime ore, dunque, saranno cruciali e serviranno a stabilire chi gestirà l’inizio della stagione delle riforme. Ma non certo chi farà calare il sipario sulle stesse.

Tentativo di rilancio
In attesa della definizione del quadro si è già modificata la cornice. Chiedendo ieri le dimissioni di Letta, Scelta Civica ha deciso di appoggiare apertamente Renzi mentre Angelino Alfano e il Nuovo centrodestra insistono ancora sul premier. Ufficialmente, quest’ultimo è determinato a rilanciare: «Ho pronto il patto di coalizione con un programma che piacerà a tutti, compreso il Pd» ha affermato. Cosa contenga non è dato. Forse lo ha spiegato al capo dello Stato, che lo ha ricevuto per soli 20 minuti quando allo stesso Renzi lunedì sera ha concesso ben due ore di colloquio. In mezzo a tutto questo c’è un partito che deve scegliere una strada e percorrerla con convinzione.
L’appuntamento ufficiale è fissato per domani, data in cui la direzione del Pd (convocata inizialmente per il 20 febbraio) è chiamata a esprimersi sul governo. Ma le diplomazie sono al lavoro per evitare lo scontro frontale nel parlamentino democrat.