L’eredità di Gorbaciov piegata da Putin al suo revanscismo

Mikhail Gorbaciov da oltre vent’anni si era defilato dalla scena politica preferendo dedicarsi alla dimensione privata.

Un santo per qualcuno, un demonio per altri. Dopo una lunga malattia ieri è morto a 91 anni Mikhail Gorbaciov, l’ultimo presidente dell’Urss nonché padre della perestroika, ossia quel processo di apertura della società sovietica all’Occidente.

L’eredità di Gorbaciov piegata da Putin al suo revanscismo

Un personaggio complesso che è stato tanto amato negli Stati Uniti e in Europa quanto screditato – per non dire schifato – in Russia dove per ore non è stato nemmeno chiaro se ci sarebbero stati i funerali di Stato, poi confermati per il 3 settembre. Che poi c’è da chiedersi se li avrebbe voluti visto che lui, fautore del principio di autodeterminazione dei popoli era ormai nauseato dalla deriva imperialista del Cremlino.

Mikhail Gorbaciov da oltre vent’anni si era defilato dalla scena politica preferendo dedicarsi alla dimensione privata

Per questo da oltre vent’anni si era defilato dalla scena politica preferendo dedicarsi alla dimensione privata. Un esilio auto imposto sin dal lontano 1991 quando anche per effetto delle sua perestroika è collassata l’Urss, ma dal quale ogni tanto ha sganciato bordate nei confronti di Vladimir Putin, soprattutto in relazione a questa scellerata invasione dell’Ucraina. Commenti spesso poco lusinghieri che lo zar si è legato al dito tanto che, diffusa la notizia della morte di Gorbaciov, il leader della Federazione russa si è limitato ad esprimere un gelido cordoglio.

Poco ma sicuro con la dipartita dell’ex presidente dell’Unione sovietica, insignito nel ‘90 del premio nobel per la Pace, se ne va l’ultimo grande politico del XX secolo. Proprio come accade a chi ha scritto pagine su pagine di storia, commettendo errori ma anche facendo tante cose buone, ha lasciato una pesante eredità. Di sicuro è sotto il suo governo che l’Urss diventa un po’ più democratica e liberare, tanto da aver fatto riabilitare i dissidenti come il fisico Andrei Sakharov.

È sempre grazie a lui che si chiude ufficialmente il capitolo storico della Guerra Fredda, culminato nella caduta del muro di Berlino del 9 novembre 1989, con la conseguente distensione delle relazioni con i rivali statunitensi. Rapporti decisamente migliorati che hanno permesso a Gorbaciov di invertire la rotta sulle armi nucleari tanto che ha fatto la storia il suo incontro con l’allora presidente americano, Ronald Reagan, a Reykjavik in Islanda dove hanno gettato le basi per l’accordo – concretizzatosi pochi mesi dopo – per la riduzione degli arsenali nucleari in Europa. Un patto bissato nel 1991 con la storica stretta di mano con George Bush.

Con Gorbaciov finì la Guerra fredda e l’Urss. Ma per Putin furono due sconfitte

Ma se da un lato è vero che con la perestroika e la glasnost (trasparenza, ndr) ha sicuramente permesso alle repubbliche sovietiche di modernizzarsi, dall’altro è altrettanto evidente che tutto ciò ha accelerato – ma non provocato da zero come sostengono i suoi detrattori – quel processo di dissoluzione dell’Urss che era già iniziato per via del fallimento della rigida pianificazione dell’economia e per l’incapacità di ammodernamento dimostrata dall’industria sovietica.

Quel che è certo è che la fine dell’Urss è stata un evento che non era nei piani di Gorbaciov, anzi quest’ultimo sperava di poter salvare l’Unione russa sovietica proprio con quelle imponenti riforme interne che aveva varato, ma è diventata il motivo di astio dei connazionali nei suoi confronti. Proprio da questa incapacità della politica che si respira al Cremlino di riconoscere il fallimento dell’Urss è alla base del revanscismo per il quale i russi hanno invaso l’Ucraina. Sono convinti che la dissoluzione dell’Unione sovietica, come ha detto Putin ormai sei mesi fa, è stata “un errore” a cui porre rimedio.

Un parere largamente condiviso al Cremlino tanto che Andrej Medvedev, deputato di Russia Unita ossia il partito dello zar, ha detto: “Dall’inizio dell’operazione militare speciale, Gorbaciov è già il quarto politico deceduto direttamente coinvolto nel crollo dell’Urss” in quanto firmatario degli Accordi di Belovezha “diventati la base incondizionata di ciò che sta accadendo oggi in Ucraina. Questa, ovviamente, è una specie di coincidenza quasi mistica”.

Ancor più duro il deputato Vitalij Milonov secondo cui “l’eredità che ha lasciato può essere paragonata a una catastrofe che nemmeno Hitler ha inflitto al nostro Paese”. Se una qualche responsabilità c’è da parte di Gorbaciov nel conflitto in corso, però, non è di certo quella che viene sbandierata dai suoi detrattori quando, caduto il muro di Berlino, l’allora capo dell’Urss e i leader occidentali si riunirono per decretare i futuri equilibri. In quell’occasione dagli americani ci fu l’impegno a non espandere la Nato a est, limitandosi alla Germania.

Il problema, però, è che tale accordo – in seguito parzialmente ritrattato dagli americani – non fu mai messo nero su bianco e ora, in sua assenza e con il Patto atlantico arrivato a lambire i confini della Russia, questa mancanza viene usata come una delle motivazioni per giustificare l’aggressione dell’Ucraina.

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