L’Europa spinge il salario minimo. Confindustria e sindacati dicono No. La riforma bandiera del M5S sparita dal Recovery Plan. E chi dovrebbe difendere i lavoratori sta coi padroni

salario minimo Bonomi
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Come sul Reddito di cittadinanza anche sul salario minimo lo schema dei favorevoli e dei contrari si ripropone più o meno identico. Da una parte le destre dall’altra l’asse giallorosso e l’Europa. A difendere l’esigenza di paghe dignitose per tutti i lavoratori c’è il M5S che ha fatto del salario minimo un tema identitario sin dal 2013. E che oggi in questa battaglia come alleati trova Leu nella maggioranza e all’opposizione Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni. Il Pd, a parte una sparuta minoranza – a cui ha dato voce Enrico Letta (leggi l’articolo) – lo ha finora affossato. I dem vicini al sindacato non lo hanno mai visto di buon occhio e lo stesso si dica per gli ultrariformisti del Nazareno polemici nei confronti dei Cinque Stelle e fautori della teoria del libero mercato. Ma a complicare la vita al salario minimo è l’asse che finora ha retto tra Confindustria e sindacati.

ASSE TRA SINDACATI E IMPRESE. Preoccupati di perdere porzioni di potere, Cgil Cisl e Uil insieme con gli industriali rivendicano la questione salariale come oggetto di trattativa della contrattazione e fanno resistenza all’idea di introdurre una soglia minima di retribuzione per legge. Il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi (nella foto), ha detto di considerare in modo “molto positivo” l’apertura di un tavolo tra le parti sociali sulla questione ma ha subito chiarito la sua posizione. In Italia, ha ammesso, esiste in taluni casi il problema di stipendi bassi ma questo si risolve agendo sui contratti di quei settori in cui le paghe non sono “adeguate” e non introducendo un salario minimo per legge.

Gli stessi sindacati avvertono – dice Bonomi – che “il rischio è quello della fuga delle aziende dalla contrattazione collettiva”. E in coro da destra rilanciano. Per l’azzurro Antonio Tajani si può parlare di salario minimo se si elimina il Reddito di cittadinanza. Mentre la collega di partito, Anna Maria Bernini, dichiara: “La corsa della sinistra all’introduzione del salario minimo contrasta sia con la linea del governo, che certo non a caso non lo ha inserito nel Pnrr, sia con la posizione delle parti sociali. Se c’è un punto su cui sia Confindustria che sindacati sono concordi, infatti, è proprio il no al salario minimo per legge, preferendo il rafforzamento della contrattazione nazionale”. Come darle torto.

Nella prima versione del Pnrr si leggeva che “al rafforzamento del sistema di tutele del lavoro, concorrerà per altro verso l’introduzione del salario minimo legale per i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva nazionale, a garanzia di una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e idonea ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa”. Nell’ultima versione questo passaggio è sparito. Eppure in Europa il pressing è alto. A sponsorizzare il salario minimo è stata la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (leggi l’articolo). E domenica il commissario europeo al Lavoro, Nicolas Schmit, ha ribadito: “L’Ue chiede agli Stati membri di aumentare i salari”.

Singolare la posizione del Carroccio. Con le aziende si schiera il leader, Matteo Salvini: “Salario minimo? Prima si taglino le tasse alle imprese”. Si scopre sindacalista il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti: “Col salario minimo togli legittimazione alla contrattazione, ammazzando il sindacato”. Quello nostrano, però. La Confederazione Ue dei sindacati ha infatti dichiarato: “La vittoria alle elezioni tedesche per un partito che promette un salario minimo di 12 euro è un importante impulso alla campagna per porre fine a salari da povertà in tutta Europa, migliorando la direttiva dell’Ue sui salari minimi”.