Una settimana fa Pagella Politica ha raccontato un pezzo della storia dei finanziamenti privati ai partiti. E un dato balza agli occhi: gli imprenditori hanno smesso di finanziare la Lega. Da gennaio ad aprile il partito di Matteo Salvini ha incassato dalle aziende 59 mila euro (su 893 mila euro totali) in otto donazioni, cinque volte meno dei 279 mila dello stesso periodo del 2025, sotto il 7 per cento della raccolta. Tutto è pubblico e dovuto: la legge obbliga partiti e donatori a dichiarare ogni erogazione sopra i 500 euro. Basta leggere gli stessi elenchi della Camera dei deputati per l’intera coalizione di governo. I soldi non sono spariti: si sono spostati. Anche a destra dove, nel frattempo, “Futuro Nazionale si sta radicando anche economicamente sul territorio, visto che nei suoi primi sei mesi di vita ha raccolto circa 300 mila euro di donazioni” rileva Pagella Politica.
Per la Lega qualcosa, quest’anno, è cambiato. Fino al 2025, ricorda il sito di fact checking, circa il 20% delle donazioni al Carroccio arrivava da realtà imprenditoriali di vari settori, dalla difesa all’agricoltura, passando per infrastrutture e trasporti. Invece nei primi mesi del 2026 la situazione è cambiata e i finanziamenti da queste realtà sono diminuiti di cinque volte rispetto agli scorsi anni. Con soli 59mila ricevuti dalle imprese su 893mila totali in otto donazioni.
Nel 2024 eravamo addirittura a 409mila euro di donazioni. La maggior parte dei soldi, nel 2026, è invece arrivato dagli eletti in Parlamento, che versano 3mila euro al mese.
Le imprese scelgono Forza Italia
Forza Italia è il grande partito in cui le aziende pesano di più. A giugno l’osservatorio Moneytor, promosso con Transparency International Italia, aveva fotografato la tendenza: nel 2024 le donazioni delle aziende ai partiti erano cresciute del 68 per cento, e con loro la dipendenza dai soldi privati.
In generale, nel biennio 2023-2024 il partito che ha ricevuto più contributi è stata la Lega con 9,049 milioni di euro, seguita da Forza Italia a 6,633 e Fratelli d’Italia con 6,489. Nel 2023, come emerge dal rapporto, il primato è stato della Lega con 5,192 milioni di euro in donazioni, seguita da Fratelli d’Italia a 3,982 milioni. Nel 2024, invece, il primato è passato in mano a Forza Italia con 4,176 milioni, davanti alla Lega con 3,857 milioni. Fratelli d’Italia si ferma invece a 2,506 milioni.
Forza Italia si basa soprattutto su contributi esterni: nel biennio, infatti, il 38,4% dei contributi proviene dai privati, inclusi grandi donatori individuali, e il 33,15% dalle società. Mentre le rimesse di parlamentari e membri del governo si fermano al 27,38%. Ben diversa la situazione di Fratelli d’Italia, che riceve il 91,86% dalle entrate dei propri parlamentari, mentre il 4,98% arriva da persone fisiche e il 3,06% da società private.
C’è poi un’altra gamba di Forza Italia, che è la famiglia. Nel 2025 i cinque figli di Silvio Berlusconi e il fratello Paolo hanno versato centomila euro a testa, altri centomila la deputata Marta Fascina (FI): 700 mila euro, lo stesso schema identico dal 2022. Tra i donatori di spicco del partito ci sono anche Letizia Moratti, eurodeputata a presidente della Consulta nazionale, e Paolo Scaroni, presidente del Milan e dell’Enel.
Il partito che vince e non incassa
Torniamo a Fratelli d’Italia. È il primo partito d’Italia, esprime la presidente del Consiglio e raccoglie contributi in larga parte dai versamenti mensili dei suoi parlamentari e dal 2×1000, come accade al Partito democratico. Il partito che governa è quello che le aziende finanziano di meno. Le imprese sanno dove conviene bussare, e in questi mesi hanno bussato altrove.
La fotografia della coalizione è doppia. Chi ha il governo incassa pochissimo dai privati e vive degli eletti. Chi lo regge ai lati, Forza Italia e Noi Moderati, vive di imprese. Via dalle ruspe e dai gazebo di Salvini, verso i consigli di amministrazione e gli studi professionali torinesi. Forza Italia incassa, Antonio Tajani ringrazia, e a tenere in piedi il partito restano gli eredi del fondatore e le aziende con un appalto da difendere. Resta la domanda, vecchia quanto la legge che impone di pubblicare quei nomi: chi mette i soldi, poi, che cosa si aspetta.