Giallo, rosso e un po’ rosé. La maggioranza si fa in tre. Ultima renzata di Matteo. E’ sua la vera manovra di palazzo

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Quello che non ha digerito è stata la tempistica dell’operazione. L’addio di Matteo Renzi al Pd e la decisione di formare nuovi gruppi autonomi in Parlamento, probabilmente, anche se fossero avvenuti in tempi diversi avrebbero urtato ugualmente il premier Giuseppe Conte. Ma che lo strappo si sia consumato dopo aver formato la squadra di governo non gli è andato giù. E quanto filtra da Palazzo Chigi dà la misura di questa irritazione. Nel corso della telefonata con l’ex segretario del Pd, il presidente del Consiglio “ha chiarito di non volere entrare nelle dinamiche interne a un partito. Ha però espresso le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità”.

Conte definisce “singolare la scelta dei tempi di questa operazione, annunciata subito dopo il completamento della squadra di governo”. Se portata a compimento prima “avrebbe assicurato un percorso ben più lineare e trasparente alla formazione del governo”. Al di là dei proclami dello stesso Renzi – che ha spiegato l’addio con un “mi fa uscire la mancanza di una visione sul futuro” – l’operazione intera sa di manovra di Palazzo. L’ambizione del senatore fiorentino, una volta che nella squadra di Conte è riuscito a piazzare i suoi uomini, è quella di condizionare l’agenda di governo, di potersi sedere attorno ai tavoli in cui si decideranno temi, nomine e più in là il prossimo presidente della Repubblica. Accanto al Pd e a M5S.

La maggioranza, da ieri, di fatto non ha più due gambe ma tre. Renzi sarà una spina nel fianco per il Nazareno, per il M5S, e, in ultima analisi, per il governo. Costringerà Luigi Di Maio a confrontarsi anche con lui. Lavorerà ai fianchi il numero uno del Pd Nicola Zingaretti e il capodelegazione, nonché ministro, Dario Franceschini per imporre gli argomenti che di volta in volta eleggerà a campo di battaglia per affermare sé stesso e la sua nuova creatura di cui svela il nome: Italia Viva. Al fine di conquistare un elettorato di centro che vaga libero, orfano di tradizionali formazioni partitiche, vedi Forza Italia. Alternativo al Pd e ai Cinque stelle, da una parte, e alla Lega di Matteo Salvini dall’altra.

Durissimo il giudizio di Franceschini. Che alla sua omologa tedesca Michelle Müntefering ha detto di Renzi: “It’a a big problem”. Prima aveva sferrato un attacco ancora più duro: “Nel 21-22 il fascismo cresceva sempre più. Popolari, socialisti e liberali avevano la maggioranza in Parlamento, fecero nascere i governi Bonomi, Facta 1, Facta 2. La litigiosità e le divisioni li resero deboli sino a farli cadere facendo trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnare”. Più morbido Zingaretti: “Ci dispiace. Un errore. Ma ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti. Una nuova agenda e il bisogno di ricostruire una speranza con il buon governo e un nuovo Pd”.

Il Partito democratico? “In tempi così difficili, teniamocelo stretto. E guardiamo avanti”, twitta il commissario Ue Paolo Gentiloni. E se la mossa ha disorientato gli europarlamentari renziani che hanno deciso di prendersi una pausa di riflessione, rimane ancora da sciogliere il mistero dei renzianissimi che restano nel Partio democratico. Cavalli di troia, secondo alcuni, con cui l’ex numero uno del Pd vorrebbe continuare a controllare i dem. E c’è chi ironizza sulle affinità tra l’operazione di Renzi e alcune manovre del passato che hanno portato alla formazione di nuove forze politiche. è il caso dell’ambizioso Angelino Alfano. Che divorziò da Silvio Berlusconi per dar vita a Ncd. E che oggi è scomparso dalla geografia politica moderna. Lo stesso Renzi direbbe “Alfano chi?”. Chissà che per l’ex premier non si prepari analoga sorta. A sua insaputa.

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