Giro d’Italia con poca Italia. L’organizzazione preferisce polacchi e i russi della Gazprom, il caso viene sottoposto a Lotti: ma il suo ministero serve a poco

dalla Redazione
Sport

Le polemiche sono cominciare a gennaio, quando Rcs, società che organizza il Giro d’Italia, ha reso noto l’elenco delle squadre partecipanti alla prossima edizione della corsa rosa. E la scoperta è stata amara: la Nippo Fantini e la Androni Giocattoli sono state escluse, perché gli inviti sono stati consegnati al team polacco CCC Spandi e a quello russo Gazprom-Rusvelo. L’unica italiana è la Bardiani, vincitrice della Coppa Italia e beneficiaria della wild card, oltre alla Wilier Triestina che è italiana di affiliazione, ma è di proprietà irlandese. Tanto che il Movimento 5 Stelle ha depositato delle interrogazioni al Senato per chiedere l’intervento del ministro dello Sport, il renziano Luca Lotti. I pentastellati hanno annotato come nella Wilier “ciclisti e personale versino i contributi in Irlanda”. L’obiettivo del M5S è quello di ottenere una deroga e permettere alle due squadre italiane di partecipare al Giro d’Italia.

Ma anche Lotti ha dovuto alzare bandiera bianca. “Il Giro d’Italia, è noto, fa parte del circuito professionistico di gare Uci World Tour ed è disciplinato da un regolamento internazionale. Tale regolamento, come si dice anche nelle interrogazioni, prevede che al Giro debbano partecipare di diritto le diciotto squadre ammesse dall’Uci al World Tour, cui si aggiungono quattro wild card, individuate dall’organizzatore, a sua completa discrezione (eccezion fatta per la vincitrice della Coppa Italia, Bardiani CSF, che infatti è stata invitata)”, ha spiegato il sottosegretario Gianclaudio Bressa. Con un’ammissione: il ministero non ha potere sul caso. Una conferma della scarsa utilità del dicastero creato da Paolo Gentiloni.

Rcs, insomma, non ha intenzione di arretrare: la scelta, secondo quanto spiegato, è stata fatta anche su logiche di turn over. Mauro Vegni, a capo della sezione ciclismo della società, ha difeso la decisione: “La crisi del ciclismo italiano non deriva dalle scelte per il Giro d’Italia, ma dal fatto che il movimento si è alimentato per anni su un modello sbagliato: o faccio il Giro o chiudo la squadra”.