La campagna del No al referendum dice che la riforma metterebbe la giustizia al servizio della politica. Quanto c’è di vero? Che la magistratura sia politicizzata è un fatto.
Ilaria D’Ascanio
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Gentile lettrice, non ho difficoltà a dire che la magistratura è in certa misura politicizzata: il caso Palamara e tanti altri gettano squarci di luce. Ma la politicizzazione è su entrambi i versanti, sinistra e destra, toghe rosse e toghe nere. A proposito di nere, l’inchiesta sul Lodo Mondadori smascherò magistrati in combutta con Previti, avvocato ed ex ministro berlusconiano che fu condannato a 11 anni di galera, poi portati a 6. Potrei aggiungere cose viste coi miei occhi, come il burbero giudice che all’udienza neppure rispose al “Buongiorno” dell’avvocato querelante ma appena vide arrivare l’avvocatessa di controparte, un’azienda vicina a Berlusconi, si alzò e andò a baciarle la mano. L’avvocatessa era figlia di un ministro di Berlusconi: non dico altro. Ripeto: la magistratura è sgangherata, ma ha ancora preziosi margini di indipendenza. Immaginare che i partiti di centrodestra facciano una riforma “per una giustizia più giusta” richiede una forte dose di ingenuità. La specialista in asini che volano, Meloni, dice che votare No ci porterà dentro casa “immigrati illegali, stupratori, spacciatori rimessi in libertà”, tutti aspetti che in verità la riforma non tocca. D’altra parte quali siano i fini ce lo dicono gli stessi ideatori della riforma: “Bisogna votare Sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni d’esecuzione”, parole del braccio destro di Nordio, Giusi Bartolozzi. Serve altro?