Chi crede che l’America, con gente uscita dagli Epstein files, faccia la guerra per i diritti delle donne in Iran, è un idiota. Ciò non toglie che le donne vadano aiutate in Iran, Afghanistan, Arabia Saudita.
Marta Valeri
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Gentile lettrice, concordo con il suo appello, purché si rispettino culture e tradizioni dei popoli, senza imporre forzature in nome di astratti valori occidentali. Però mescolare talebani, sauditi e iraniani crea solo confusione. In Afghanistan la situazione è cupa: lì alle bambine è impedito di andare a scuola e imparare a scrivere. Altra cosa è l’Iran: il Paese più diffamato dall’Occidente ha la più alta percentuale al mondo di donne laureate in materie scientifiche. Le donne escono di casa da sole, guidano l’auto o la moto e non è vero che il velo islamico (molto diverso da burqa e chador) sia un obbligo: la legge, abolita nel ‘22 e reintrodotta nel ‘23, non è più applicata per disposizione del presidente Pezeshkian. Quanto alla “polizia morale”, non ha facoltà di arrestare e torturare, come si racconta. Il suo compito è orientare e salvaguardare “la morale pubblica”, concetto vago, simile a quello della Costituzione italiana, art. 21, che vieta “tutte le manifestazioni contrarie al buon costume”. Ma ovunque il buon costume varia col variare dei tempi. Per dirne una, nel 1950 Oscar Luigi Scalfaro, in seguito eletto al Quirinale, prese a schiaffi una signora perché al ristorante, in un’afosa giornata di luglio, s’era tolta la giacca rimanendo a spalle nude. Alla fine, ognuno di noi traccia la linea rossa oltre cui “non si può andare”. Siamo tutti gli ayatollah di qualcun altro.
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