Donald Trump assicura che una soluzione diplomatica con l’Iran è ancora possibile. “Molto possibile”, dice dalla Casa Bianca. Ma l’apertura arriva insieme a un linguaggio durissimo contro Teheran, con la leadership iraniana definita “indegna” e composta da dirigenti di “terzo livello”. Il negoziato resta formalmente aperto, ma il clima politico e militare sembra spingere più verso la rottura che verso la ricomposizione. Il nuovo strappo nasce dalla risposta iraniana alla proposta degli Stati Uniti per chiudere il conflitto.
Gli ayatollah si fanno beffe di Trump, vacilla la tregua tra Iran e Usa
Trump l’ha respinta senza mezzi termini: “totalmente inaccettabile” e “stupida”. Su Truth ha accusato l’Iran di prendere in giro Washington e il resto del mondo da 47 anni, “rinviando, rinviando, rinviando”, e ha avvertito che Teheran “non riderà più”. Per il presidente americano l’Iran pensa che lui sia sotto pressione, ma la sua linea resta quella di una “vittoria completa”. Il cessate il fuoco, già appeso a un filo, viene descritto dallo stesso Trump come “debolissimo”, quasi “attaccato alle macchine per sopravvivere” dopo quella che definisce una proposta “spazzatura”. Secondo il presidente avrebbe appena l’1% di possibilità di reggere.
La partita si fa nervosa
È una fotografia brutale dello stato delle trattative: una partita nervosa, fatta di aperture tattiche, accuse pubbliche e minacce incrociate. La risposta iraniana contiene condizioni nette. Teheran non accetta impegni preliminari, chiesti da Washington, sul programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. Si dice disponibile a sospendere le procedure di arricchimento, ma per un periodo più breve rispetto ai vent’anni proposti dagli Stati Uniti. Esclude invece lo smantellamento delle strutture legate all’atomo. Sull’uranio apre alla diluizione di una parte e al trasferimento del resto in un Paese terzo, ma con garanzie sulla restituzione se i negoziati fallissero o se gli Stati Uniti uscissero dall’accordo.
Gli Stati Uniti vogliono garanzie immediate. Teheran propone invece un percorso in due tempi: prima la firma di un memorandum, poi trenta giorni di negoziato sul dossier nucleare. In cambio chiede la fine delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale e la revoca del blocco imposto dagli Stati Uniti su navi e porti iraniani. L’Iran prova così a separare l’urgenza militare dal nodo nucleare, mentre Trump considera la risposta irricevibile.
Botta e risposta al vetriolo
Da Teheran la replica è stata altrettanto dura. Una fonte iraniana ha fatto sapere che il fatto che a Trump non piaccia la proposta “non ha importanza”. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha definito le richieste “generose e razionali”, sostenendo che vadano a beneficio della regione e del mondo. “Non abbiamo chiesto alcun privilegio”, ha spiegato, “ma solo il rispetto dei legittimi diritti dell’Iran”. Tra questi inserisce la fine della guerra nella regione, lo sblocco dei beni congelati e la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Questa doppia postura rende tutto più instabile.
Gli Stati Uniti parlano di vittoria completa e di richieste irrinunciabili. L’Iran accusa Washington di prepotenza e avverte che combatterà se sarà costretto a farlo, oppure ricorrerà alla diplomazia se ci sarà spazio. Baghaei ha messo in guardia anche gli europei da eventuali interventi nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico, sostenendo che ogni mossa di questo tipo aggraverebbe la crisi e farebbe salire i prezzi dell’energia.
La questione dello Stretto di Hormuz
Hormuz è il punto più sensibile. Trump valuta di ripristinare l’operazione “Project Freedom” con un ambito più ampio della semplice scorta alle navi. Teheran lega invece la sicurezza della navigazione alla fine del blocco e al riconoscimento delle proprie condizioni. Sullo sfondo si muove anche la Cina. L’Iran si dice pronto a sostenere il piano in quattro punti di Xi Jinping per la sicurezza e lo sviluppo condiviso nel Golfo.
Anche la possibile presenza del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla riunione dei Brics a Delhi aggiunge un canale indiretto. Lì potrebbero pesare Arabia Saudita ed Egitto, Paesi che facilitano il dialogo informale mediato dal Pakistan. Intanto il Medio Oriente resta attraversato da tensioni parallele, come conferma la reazione furiosa israeliana alle sanzioni europee sui coloni violenti.