Gli irriducibili leghisti del vitalizio. Adesso Roma non è più Ladrona. Guidati da Bossi volevano moralizzare la Capitale. Ora non vogliono saperne di mollare i privilegi

di Edoardo Lanfranchi
Politica

C’era una volta Roma ladrona. E c’era la Lega dei primi anni ‘90, quando Umberto Bossi in canottiera guidava la calata dei barbari sull’Urbe per ripulirla da vizi e mollezze. Professionisti del Nord Ovest, piccoli imprenditori del Nord Est, laboriosi lavoratori padani: solo alla Camera ne erano sbarcati 55 nel 1992 e 180 nel 1994. Ma gli anni passano, si sa, e anche i leghisti invecchiano. E da vecchietti si guardano bene dal rinunciare al più odiato privilegio della casta romana: il vitalizio. Da Roma ladrona a Roma tettona. Da mungere. Basta sfogliare le carte del Consiglio di Giurisdizione della Camera per vedere la metamorfosi antropologica: su 152 istanze cautelari contro la delibera taglia-vitalizi ci sono leghisti che sembrano considerare un paio d’anni al servizio del paese come il faro economico della loro vecchiaia.

A guidarli, l’ottantottenne ex sindaco di Milano Marco Formentini, eletto proprio nel 1992, che malgrado la pensioncina per due mandati a Strasburgo protesta contro il taglio da 3.108 euro a 1.445 lordi, sostenendo che il vitalizio è la sua “principale fonte di reddito”. Respinto. Idem Claudio Frontini, 68 anni, a Montecitorio dal 1992 al 1994. “Non ricchissimo ma neanche povero”, lo raccontava all’epoca Repubblica. Era commercialista a Savignano (Modena) e la moglie lavorava in Borsa. Casa e terreno di proprietà, Alfa 164 in garage e un portafoglio azionario di tutto rispetto. Eppure in due non arrivavano a due milioni di vecchie lire al mese, mille euro: “Lui ha un imponibile di soli 8 milioni 218 mila. Una miseria: 684.833 mila lire al mese. Nemmeno un assegno di disoccupazione”. Oggi infatti Frontini mette agli atti che non si può tagliargli i 3.108 euro lordi della Camera perché non avrebbe di che campare.

Pure il ragionier Daniele Roscia da Vobarno (Brescia), ex bossiano e fondatore del movimento Lombardia Lombardia, è un commercialista senza introiti e a 66 anni si lamenta per la miseria dell’assegno ridotto a 3.463 euro. Protesta pure Carlo Fongaro, 70 anni, architetto di Valdagno e titolare di un’agenzia di servizi immobiliari, perché il vitalizio (3.108 euro tagliati di 1.248) rappresenta l’”unico mezzo di sostentamento” pure per i familiari. C’è da stupirsi se, in vista dei tempi grami, ha presentato istanza cautelare Daniela Santandrea, di Faenza, che a 62 anni in pensione deve ancora andarci? Forse provata dall’esperienza del famoso villaggio turistico della Lega in Croazia (vicenda chiusa nel 2004 con un buco da 1,875 miliardi di lire e il fallimento della società costruttrice, di cui era socia con Manuela Marrone, la moglie di Bossi, Giancarlo Pagliarini, capogruppo alla Camera, Eduard Ballaman, segretario amministrativo, Maurizio Balocchi, tesoriere del partito, Stefano Stefani, il presidente, e altri deputati) ha messo agli atti, pure lei, che il vitalizio sarebbe l’unico sostentamento. Meno male, allora, che ci sono le nuove leve.

Achille Villani Miglietta, 68 anni, imprenditore e neo-acquisto di Salvini in Puglia, confessa di avere almeno un “esiguo reddito annuo” oltre al vitalizio. Certo, gli sarebbe andata meglio se fosse andato in porto l’impianto a biogas sui suoi terreni a Carmiano (dove era assessore), ma può sempre contare sulla tenuta agricola di famiglia: 100 ettari tra oliveti, vigneti, seminativo e colture sperimentali in Salento. Sfortunatamente, però, ha “oneri precedentemente assunti” da pagare. E allora daje con Roma tettona.