Gli strani affari dei fiscalisti della Lega. Una società schermata tira l’altra. I commercialisti arrestati spuntano in altre indagini. Stavolta sulla compravendita di una maxi tipografia

di Sergio Patti
Politica

Non erano affatto nuovi a operazioni schermate e finalizzate a far transitare montagne di soldi su conti all’estero, in paradisi fiscali lontani da occhi indiscreti, tipo quelli della magistratura. Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, revisori dei conti del Carroccio alla Camera e al Senato, agli arresti domiciliari insieme a Michele Scilleri, titolare dello studio in cui nel 2017 aveva sede legale la lista “Lega per Salvini premier” sono ora agli arresti domiciliari. La Procura di Milano li accusa di turbativa d’asta, peculato e sottrazione del pagamento delle imposte in un piccolo affare della Lombardia Film Commission: l’acquisto a prezzo gonfiato (800mila euro) di un capannone.

Un’operazione che secondo la Guardia di Finanza potrebbe essere però collegata ai famosi 49 milioni di euro che il partito ha ottenuto illecitamente come contributi elettorali da parte dello Stato, ma adesso non può restituire perché volatilizzati. Secondo i leghisti questi fondi – su cui indaga la Procura di Genova – sarebbero stati spesi per fare attività politica, mentre gli inquirenti avrebbero trovato tracce in un complicato giro di fiduciarie e società finanziarie lontane dall’Italia. Un metodo quanto meno opaco che non ha impedito al segretario Matteo Salvini di garantire personalmente sulla correttezza professionale di due dei suoi tre commercialisti di fiducia arrestati il 10 settembre scorso.

Non è dato sapere però se il “Capitano” della Lega intenda garantire pure i metodi degli stessi fiscalisti, i cui nomi spuntano in un’altra indagine delle Fiamme Gialle di Milano, questa volta per una storia di milioni di euro. La vicenda, stranamente raccontata dal Corriere della Sera solo sulle pagine locali di Bergamo, è quella del Nuovo Istituto Italiano di arti Grafiche (Niiag), uno stabilimento tipografico con centinaia di dipendenti messo in vendita nel 2017 dal Fondo tedesco Bavaria e comprato per 5 milioni dallo stampatore Carrara, dopo una sorta di offerta pubblica alla quale avrebbe potuto arrivare più agevolmente di tutti il Gruppo Pozzoni, già all’epoca tra i maggiori e più liquidi stampatori italiani, che ha tra i grandi contratti Mondadori (Berlusconi).

Dopo solo quattro mesi Carrara però vende la Niiag a Pozzoni per 29 milioni di euro, facendo una clamorosa plusvalenza con cui si è rafforzata e può tranquillamente stampare per tutti i suoi clienti, tra cui insieme ad altri partiti politici ed enti pubblici c’è la Lega. Per realizzare questa compravendita Carrara costituisce una società di cui Di Rubba è amministratore, la Arti Group Holding, con quote di un’altra società, la Advancy Holding di Alessandro Bulfon, che fa capo a una fiduciaria schermata, la Esperia Servizi Fiduciari. Una volta ricevuto il pagamento da Pozzoni, nell’arco di poche settimane Bulfon investe 4,6 milioni in due polizze vita in Italia e Svizzera che vengono segnalate dall’autorità bancaria come sospette. Segnalazioni – come riportato dal Corriere della Sera – in cui è scritto testualmente che questi soldi non si può escludere “siano collegati ad attività di finanziamento illecito dei partiti (Lega Nord)”.

Sempre il Corriere cita poi un’altra indagine della Guardia di Finanza, questa volta sulla vendita della Lediberg (le famose agende) da parte di un fondo di Curacao sempre a una società di Carrara, dove una serie di indizi portano a individuare il coinvolgimento di Angelo Lazzari, altro nome che ritorna nell’inchiesta sulla Lombardia Film Commission presieduta da Di Rubba. Secondo quanto stanno cercando di accertare il Procuratore aggiunto di Milano Eugenio Fusco e il pm Stefano Civardi, Lazzari controlla un’ennesima scatola cinese, la Taac, cioè il veicolo attraverso cui sono passati gli 800mila euro del capannone pagato a prezzo gonfiato. La Taac è domiciliata presso lo studio dell’altro commercialista arrestato, Scilleri, ed è a sua volta controllata da due società lussemburghesi – la Ivad e la Sevenbit – che ritornano nell’inchiesta questa volta della Procura genovese.

Lazzari, tra l’altro, era già finito tra gli indagati in un’inchiesta di riciclaggio e truffa a Milano, con l’arresto nel 2018 di tre dirigenti della Sgr Sofia, poi sottoposta a commissariamento dalla Banca d’Italia. Una ragnatela di società e di casi giudiziari da cui Carrara dice al Corriere della Sera di essere del tutto estraneo, e che non configurano al momento alcun reato o la provvista di fondi per la Lega, ma che però lasciano capire lo stile dei commercialisti su cui Salvini garantisce tranquillamente.