I kamikaze una strategia studiata: in un anno 923 suicidi dei miliziani Isis. Ma è il segno che stanno perdendo

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Forse pochi lo sanno, ma la “tecnica” dell’attacco suicida dei miliziani Daesh non è una novità. A fare i conti ci ha pensato Charlie Winter, Senior Research Fellow dell’Icsr (International Centre for the Study of Radicalisation) del prestigioso King’s College di Londra, istituto che ormai da anni monitora e studia il fenomeno dell’Isis. Non è un caso, si legge nel report pubblicato da Winter, che “l’attacco suicida, questa tattica più sconvolgente di terroristi e insorti, non è mai stato più comune di quanto lo sia oggi”. Insomma, non è una tattica che i miliziani hanno importato solo ultimamente nell’Occidente. Anzi, continua Winter, “da nessuna parte ora è più diffuso di quanto non sia in Siria e in Iraq, dove le operazioni di suicidio per conto del sedicente Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi sono diventate all’ordine del giorno”.

I numeri, non a caso, sono a dir poco impressionanti: parliamo nell’ultimo anno – secondo i dati raccolti dall’Icsr – di 923 operazioni suicide. Ma entriamo nel dettaglio: dove si sono verificate le operazioni? La maggior parte, come scrive appunto Winter, in Siria (24%) e Iraq (62%). Il resto, nell’ordine, in Libia, Yemen, Bangladesh ed Egitto. Via via gli altri, compresi per ultimi i Paesi europei (Francia, Belgio e Inghilterra) e la Russia. Un particolare che dovrebbe farci riflettere su quanto peso – giustamente – diamo agli attacchi in Europa e quanto poco peso invece diamo – ingiustamente – agli attacchi, anche più assassini, nel resto del mondo.

Niente lupi solitari – Ma il punto è soprattutto un altro. Perché, si chiedono all’Icsr, l’adozione di un “approccio suicida che è, tatticamente parlando, più in linea con i piloti kamikaze del Giappone imperiale che con i terroristi di al-Qaeda nel 2000”? Perché lo Stato Islamico “ha militarizzato il martirio in modo più sostenibile di qualsiasi altro attore non statale”, facendo addirittura della “auto-immolazione un pilastro della sua insurrezione”? La risposta è che tale tattica non è improvvisata dai cosiddetti lupi solitari, come si è pensato, o affidata al caso. L’esempio di Winter è lampante: già da marzo 2016, “dopo settimane di perdite territoriali sostenuti in tutto l’Iraq, lo Stato Islamico ha condotto una controffensiva fondata sul suicidio”, perché questi attacchi “non sono orientati verso l’acquisizione di territorio (non c’è stata alcuna vera offensiva strategica in Iraq dal 2015)”, ma piuttosto “sono stati un tentativo di destabilizzare la sicurezza generale e far deragliare le operazioni orientate a preparare il terreno per offensive future”.

Entrate in perdita – E arriviamo al punto: gli attacchi kamikaze sono, come detto, studiati e voluti dato che mostrano “un elevato grado di centralizzazione”. E questo perché, soprattutto nell’ultimo anno, l’Isis ha perso gran parte del territorio conquistato, con gravi perdite anche a livello economico. In un precedente report, non a caso, l’Icsr sottolineava come le perdite di bilancio registrate dall’Isis fossero a dir poco mastodontiche. Bisogna tener presente che le fonti più significative di reddito di Daesh sono date da vere e proprie tasse imposte ai territori conquistati, dal petrolio e da continui saccheggi, senza dimenticare i ricavi dalla vendita di reperti archeologi e i rapimenti a scopo di riscatto. Ma negli anni il fatturato complessivo  è più che dimezzato: se nel 2014 superava 1,9 miliardi di dollari, nel 2016 è arrivato ad un massimo di 870 milioni di dollari. E “non ci sono ancora segnali che indicano che il gruppo ha creato significativi nuovi flussi di finanziamento tali da recuperare per le perdite recenti”. E da qui le conclusioni: “con le tendenze attuali, il ‘modello di business’ dell’Isis si arresterà presto”. Intanto però si continua a morire. Ed è paradossale che sia proprio questo il sintomo, tragico, che stiamo vincendo.

Tw: @CarmineGazzanni