Il carcere non è roba da corrotti. Brutto segnale dalla Consulta. La sentenza sulla legge Bonafede non convince. Cambio di rotta dopo decenni di decisioni opposte

di Fausto Tranquilli
Politica

Se al momento del reato è prevista una pena che può essere scontata “fuori” dal carcere ma una legge successiva la trasforma in una pena da eseguire “dentro” il carcere, quella legge non può avere effetto retroattivo. Questa la motivazione con cui la Consulta, presieduta da Marta Cartabia, come emerge dalle motivazioni della sentenza depositate ieri, ha smontato parte dello Spazzacorrotti e con cui i giudici costituzionali vogliono convincerci che sia giusto far scontare la pena ai corrotti comodamente a casa loro, o meglio nella villa loro. Non concedere sconti ai condannati per reati contro la pubblica amministrazione non sembra l’applicazione di una legge in maniera retroattiva, ma sembra riguardare semplicemente le regole relative all’esecuzione della pena. Come senza troppi problemi è stato in passato per mafiosi e terroristi. Ma questa volta no. Quando si tratta di politici e colletti bianchi scatta il sacro principio dell’irretroattività anche sui regolamenti.

LA SPIEGAZIONE. Per la Corte Costituzionale “tra il fuori e il dentro vi è una differenza radicale: qualitativa, prima ancora che quantitativa, perché è profondamente diversa l’incidenza della pena sulla libertà personale”. Dunque essere condannati a un certo numero di anni di carcere, ma non mettere mai piede in un penitenziario sarebbe normale. Andrà male solo per chi si macchierà del reato di corruzione dopo l’entrata in vigore dello Spazzacorrotti. Motivazioni che hanno mandato in brodo di giuggiole la solita Forza Italia. “Si tratta di una sentenza che per noi è Spazzagoverno – ha sostenuto l’azzurra Anna Maria Bernini – un alto monito alla deriva giustizialista di questa maggioranza”. “La sentenza merita davvero di essere letta, perché impartisce una magistrale lezione di diritto costituzionale alla banda dei giustizialisti”, le ha fatto eco la collega Mariastella Gelmini. Lo spazza-Spazzacorrotti potrebbe inoltre addirittura non essere finito qui.

L’ALTRO FRONTE. Ieri la legge, fortemente voluta dal guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede, è tornata infatti all’esame della Consulta. Stavolta il vaglio riguarda la norma in sé, avendo incluso alcuni dei reati contro la pubblica amministrazione tra i delitti gravissimi come quelli di mafia e terrorismo, che non consentono per legge l’assegnazione al lavoro esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione in assenza di collaborazione del condannato. A sollevare la questione sono state la Corte di appello di Caltanissetta e la Cassazione, in riferimento al reato di peculato, e la Corte di appello di Palermo, per l’induzione indebita. Relatore lo stesso giudice che che ha steso le motivazioni della sentenza sulla irretroattività, Francesco Viganò.

L’avvocato dello Stato, Maurizio Greco, ha chiesto alla Corte di dichiarare inammissibile la questione per manifesta irrilevanza, visto che la vicenda al centro del procedimento di Caltanissetta è anteriore all’entrata in vigore della Spazzacorrotti e l’ordinanza di carcerazione per il condannato è stata intanto sospesa, sicché la Corte dovrebbe pronunciarsi su una questione “ininfluente” nel caso concreto. Particolare che ha spinto la stessa Consulta a rinviare gli atti agli uffici giudiziari sicialiani, affinché valutino se ha ancora senso la questione dopo la sentenza che impedisce la retroattività. Greco si è comunque speso per la legge difesa a spada tratta da Bonafede e in particolare per la stretta sui benefici penitenziari, definendola “adeguata e proporzionata” e specificando che ha permesso all’Italia di risalire nelle classifiche internazionali sulla lotta alla corruzione. Ma occorrerà vedere cosa su tale aspetto deciderà sempre la Consulta.