Il freelance che non vediamo: qualificato, online e con un algoritmo per capo

Non solo rider: i lavoratori delle piattaforme online sono spesso altamente qualificati. Il 43% degli intervistati è sottoposto a forme inten

Il freelance che non vediamo: qualificato, online e con un algoritmo per capo

Quando pensiamo al lavoro sulle piattaforme immaginiamo quasi sempre una bicicletta, uno scooter, una consegna, ma una parte crescente della platform economy non si vede per strada. Lavora da un computer: sviluppa software, traduce, insegna, scrive, offre consulenza. Un nuovo rapporto di Eurofound e dell’Autorità europea del lavoro fotografa 3.830 lavoratori online in 15 Paesi Ue e restituisce un profilo molto diverso dallo stereotipo della gig economy: istruzione elevata, attività spesso qualificate e un rapporto con il lavoro nel quale autonomia e controllo possono convivere in modo sorprendente. Il 43% degli intervistati è sottoposto alla forma più intensa di gestione algoritmica.

Non indossa una divisa. Non timbra un cartellino. Spesso non incontra mai di persona né il cliente né chi gestisce la piattaforma attraverso cui trova lavoro.

Può essere un programmatore a Roma che sviluppa software per un’impresa di Amsterdam. Una traduttrice in Spagna che lavora per un cliente tedesco. Un consulente, un insegnante online, un grafico, uno specialista di marketing.

Il luogo di lavoro è uno schermo e tra il professionista e chi compra il suo servizio c’è una piattaforma che non si limita necessariamente a metterli in contatto: può classificare, monitorare, assegnare opportunità e influenzare il modo in cui il lavoro viene organizzato.

È il volto meno visibile della gig economy.

Il nuovo rapporto di Eurofound e dell’Autorità europea del lavoro sul lavoro attraverso le piattaforme online, pubblicato il 28 maggio 2026, prova a portarlo alla luce attraverso un’indagine su 3.830 lavoratori in 15 Stati membri dell’Unione europea, Italia compresa.

La prima sorpresa è proprio questa: non stiamo parlando, soprattutto, di piccoli compiti digitali svolti occasionalmente per pochi euro.

Non solo rider: chi sono i nuovi lavoratori delle piattaforme

Il lavoro sulle piattaforme si divide grossolanamente in due mondi.

Nel primo, il cliente viene trovato attraverso un’app, ma la prestazione avviene fisicamente: consegne, trasporto di persone, pulizie, assistenza.

Nel secondo, anche il lavoro viene svolto interamente online.

È quest’ultimo universo che Eurofound e l’European Labour Authority hanno deciso di osservare, proprio perché molto meno studiato rispetto a rider e conducenti.

Il profilo emerso mette in discussione diversi stereotipi. I lavoratori intervistati sono prevalentemente uomini, concentrati nelle età centrali della vita lavorativa e con livelli di istruzione elevati. Soprattutto, svolgono in larga parte servizi professionali qualificati, non semplici microtask.

Anche in questo mercato riemergono divisioni conosciute nel lavoro tradizionale: gli uomini sono più presenti nelle attività tecniche, mentre le donne risultano maggiormente concentrate in insegnamento, scrittura e traduzione.

Il freelance digitale, quindi, non rappresenta necessariamente un nuovo lavoro.

Spesso è un vecchio mestiere che ha cambiato mercato.

Quanto guadagna un freelance che lavora sulle piattaforme

La media dichiarata nel campione è di 19.553 euro lordi l’anno derivanti dal lavoro sulle piattaforme, ma è un numero da leggere con molta cautela.

Eurofound sottolinea che le differenze tra Paesi e tra attività sono ampie: i redditi più elevati tra i 15 Stati analizzati vengono rilevati nei Paesi Bassi, quelli più bassi in Romania. Inoltre, quasi metà degli intervistati utilizza la piattaforma soprattutto per integrare altri redditi, mentre per l’altra parte rappresenta l’attività principale o esclusiva. Non stiamo, quindi, confrontando stipendi omogenei né necessariamente lavori full time. I dati Eurofound sui redditi del platform work mostrano proprio questa forte dispersione.

C’è, però, un risultato che merita particolare attenzione.

A parità degli altri fattori considerati nell’analisi, essere nati all’estero è associato a circa 7mila euro di guadagni annui in meno rispetto ai lavoratori nati nel Paese nel quale sono stati intervistati. Al contrario, un livello di istruzione superiore è associato a redditi più elevati.

La piattaforma ha, dunque, una doppia faccia.

Può aprire un mercato internazionale a chi vive in un territorio con poche opportunità professionali, ma il fatto che cliente e lavoratore possano incontrarsi digitalmente non elimina automaticamente le differenze economiche che esistono nel mercato del lavoro.

A volte può semplicemente trasferirle online.

Il paradosso dell’autonomia: sei freelance, ma chi decide davvero?

Il dato forse più sorprendente del rapporto riguarda, però, il controllo.

L’idea stessa di freelance richiama autonomia: scegliere quando lavorare, con chi, a quale prezzo e con quali modalità.

Eppure il 43% dei lavoratori intervistati rientra nel modello che Eurofound definisce “comprehensive control”, il livello più intenso di gestione algoritmica.

In questo modello si combinano sorveglianza intensa, meccanismi di gamification, riduzione dell’autonomia e disciplina della performance.

Un altro 29% opera, invece, in un sistema caratterizzato soprattutto da assegnazione gamificata, classifiche competitive e un livello intermedio di monitoraggio. Il 14% mantiene libertà di scelta delle attività, ma è sottoposto a forte sorveglianza. Soltanto un ulteriore 14% rientra nel modello a basso controllo, con monitoraggio limitato e autonomia elevata.

Non significa che il 43% abbia letteralmente un algoritmo che impartisce ordini come farebbe un dirigente. Significa qualcosa di più sottile.

Come può un algoritmo diventare il “capo”

Immaginiamo un mercato nel quale la visibilità di un professionista dipenda dalla valutazione ottenuta nei lavori precedenti.

Una recensione può contribuire a determinare quanto sarà facile ottenere il prossimo incarico. Un ranking può rendere alcuni profili più visibili di altri. Tempi di risposta, prestazioni, attività completate e altri parametri possono alimentare sistemi automatizzati che organizzano l’incontro tra domanda e offerta.

Formalmente il freelance sceglie, ma l’architettura della piattaforma può determinare quali possibilità gli vengono realmente mostrate e quanto è competitivo il suo profilo.

È qui che il confine tra intermediario tecnologico e organizzazione del lavoro comincia a diventare meno netto.

Non a caso la direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, che gli Stati membri devono recepire entro il 2 dicembre 2026, dedica una parte significativa proprio alla gestione algoritmica. Le piattaforme devono fornire informazioni sui sistemi automatizzati utilizzati per monitorare le prestazioni o sostenere decisioni che incidono sui lavoratori. Sono, inoltre, previste forme di supervisione umana e il diritto di ottenere spiegazioni e chiedere una revisione di determinate decisioni.

Il punto non è stabilire se l’algoritmo sia necessariamente peggiore di un responsabile umano.

È capire quanto potere decisionale può esercitare un sistema che il lavoratore non vede e spesso non conosce fino in fondo.

Il lavoro gratuito che resta fuori dalla fattura

C’è poi un altro aspetto che rende il platform work meno semplice di quanto suggerisca l’immagine del freelance libero di organizzarsi.

Non tutto il tempo dedicato al lavoro viene pagato.

Eurofound rileva ore non retribuite tra tutte le categorie analizzate e il fenomeno pesa in modo particolarmente significativo proprio su chi utilizza le piattaforme per integrare un altro reddito: pur avendo meno ore retribuite, dedica una quota sproporzionata di tempo ad attività non pagate.

È facile comprenderne il meccanismo. Prima di svolgere un incarico bisogna trovarlo.

Significa cercare opportunità, aggiornare il proprio profilo, inviare proposte, negoziare condizioni, rispondere a richieste, amministrare pagamenti e costruire reputazione.

Nel lavoro dipendente molte di queste attività fanno parte dell’organizzazione aziendale.

Nel lavoro autonomo digitale possono diventare tempo necessario per lavorare senza essere, di per sé, lavoro fatturabile ed è un costo economico che tende a sparire quando ci si limita a guardare il compenso ricevuto per la singola prestazione.

Qualificati, ma non sempre utilizzati al meglio

C’è un altro paradosso.

Avere molte competenze non significa necessariamente poterle utilizzare.

Solo poco più della metà degli intervistati considera le proprie capacità adeguatamente allineate alle richieste del lavoro svolto. Circa un quarto ritiene di non possedere tutte le competenze necessarie, mentre un lavoratore su cinque sostiene di poter svolgere attività più impegnative di quelle che gli vengono affidate.

La parte più inattesa è dove emerge maggiormente questa sottoutilizzazione: non nei microtask più semplici.

Eurofound la rileva soprattutto nella consulenza aziendale e nell’insegnamento online, cioè in attività normalmente considerate complesse e ad alta qualificazione. Una possibile spiegazione indicata dai ricercatori è che le piattaforme tendano a frammentare il lavoro in incarichi più circoscritti rispetto a quanto accadrebbe in un contesto professionale tradizionale.

Un consulente può, quindi, possedere competenze molto ampie, ma essere acquistato soltanto per una piccola porzione del processo.

Il mercato diventa più efficiente nell’incontro tra domanda e offerta, ma può diventare anche più frammentato.

Il caso dei programmatori: pagati meglio, ma non necessariamente più liberi

Il software è probabilmente l’esempio più interessante.

Lo sviluppo informatico è associato nel rapporto a redditi relativamente elevati e a una forte complessità cognitiva.

Eppure è anche il settore nel quale Eurofound rileva alcuni dei compromessi più forti: maggiore routine algoritmica e risultati peggiori rispetto ad altri gruppi per alcuni aspetti dell’ambiente sociale e fisico di lavoro.

È un risultato apparentemente controintuitivo.

Un lavoro altamente tecnico, svolto da remoto e ben pagato dovrebbe rappresentare quasi il massimo dell’autonomia professionale.

Invece, mostra come qualificazione, reddito e libertà nell’organizzazione del lavoro non necessariamente crescano insieme ed è forse proprio questo uno degli elementi che il lavoro digitale costringe a ripensare.

Per metà è un secondo lavoro, per l’altra metà è il lavoro

Le piattaforme possono essere utilizzate in modi radicalmente differenti.

Per alcuni sono uno strumento per ottenere qualche incarico aggiuntivo e integrare uno stipendio proveniente da un’attività tradizionale.

Per altri rappresentano la principale fonte di sostentamento.

Nel campione Eurofound i due gruppi sono quasi equivalenti. La differenza è cruciale.

Chi possiede un normale lavoro dipendente può avere attraverso quello stipendio anche coperture previdenziali e sociali e utilizzare la piattaforma soltanto come fonte supplementare.

Chi vive esclusivamente del platform work è più frequentemente classificato come autonomo e può trovarsi maggiormente esposto a vuoti di protezione sociale. Il rapporto rileva, inoltre, una conoscenza generalmente buona delle informazioni necessarie a utilizzare le piattaforme, ma molte più incertezze quando si passa a contributi previdenziali, sicurezza sociale e diritti collegati al lavoro.

È un rovesciamento interessante.

Possiamo conoscere perfettamente il funzionamento di un’app e molto meno quello della nostra futura pensione.

Le piattaforme, però, aprono anche porte che prima erano chiuse

Sarebbe sbagliato raccontare questo mercato soltanto attraverso i suoi rischi.

Uno dei risultati più importanti della ricerca è che le piattaforme possono realmente allargare l’accesso al lavoro.

La distanza geografica perde importanza. Un professionista che vive in una città con poche opportunità può raggiungere clienti di altri Paesi. Studenti, persone impegnate nella cura familiare e chi incontra difficoltà nel mercato tradizionale possono trovare nella flessibilità online una possibilità concreta di ottenere reddito.

È uno dei motivi per cui la platform economy continua a crescere. Non esiste soltanto un conflitto tra libertà e controllo.

Esiste una combinazione molto più complessa di accessibilità, flessibilità, concorrenza globale, autonomia e dipendenza tecnologica.

Ed è proprio questa combinazione a rendere il fenomeno interessante.

Quanti lavoratori delle piattaforme ci sono davvero in Europa?

Qui bisogna evitare un errore.

I 3.830 lavoratori dello studio Eurofound-ELA non rappresentano una stima del numero dei platform worker europei. Il campione è stato costruito appositamente per studiare in profondità condizioni di lavoro, redditi e gestione algoritmica e non per misurare la prevalenza del fenomeno nella popolazione.

Per conoscere le dimensioni bisogna utilizzare altre indagini rappresentative.

Le stime citate dallo stesso Eurofound collocano complessivamente il lavoro tramite piattaforme tra il 2% e il 5% dell’occupazione europea. Un’indagine pilota Eurostat riferita al 2022 stimava che il 3% delle persone tra 15 e 64 anni avesse svolto platform work nei dodici mesi precedenti; analisi più recenti del Joint Research Centre collocano al 2,7% la quota di intervistati che aveva ricevuto almeno un reddito da piattaforme.

Non è ancora il mercato del lavoro dominante, ma non è neppure una nicchia trascurabile.

Il nuovo ufficio potrebbe non avere né ufficio né capo

Per decenni abbiamo associato il lavoro a una struttura riconoscibile: un’azienda, un ufficio, una gerarchia, un responsabile, colleghi con cui condividere uno spazio.

Il lavoro sulle piattaforme online rompe buona parte di questa architettura.

Il cliente può trovarsi in un altro Paese. Il lavoratore può non conoscere nessun altro professionista che opera sulla stessa piattaforma. Il rapporto può durare poche ore e non ripetersi mai più.

Una parte delle funzioni che un tempo spettavano a una struttura organizzativa, come selezionare, valutare, ordinare, premiare, rendere visibile, può essere incorporata nel software.

Questo non rende automaticamente il lavoro peggiore. Può renderlo più flessibile, ampliare il mercato e consentire a competenze che sarebbero rimaste inutilizzate localmente di trovare domanda altrove, ma pone una domanda che probabilmente accompagnerà una parte crescente dell’economia digitale.

Quanto può essere autonomo un freelance quando è un algoritmo a decidere una parte delle condizioni attraverso cui quell’autonomia può essere esercitata?

Il lavoratore delle piattaforme del futuro potrebbe non assomigliare affatto al rider che abbiamo imparato a riconoscere.

Potrebbe avere una laurea, lavorare da casa, vendere una competenza altamente specializzata a clienti di mezzo mondo e non avere mai incontrato di persona il proprio committente.

Eppure, proprio mentre il lavoro sembra diventare sempre più indipendente dalle vecchie gerarchie, potrebbe essere una nuova gerarchia invisibile a decidere chi viene visto, chi lavora e chi resta in attesa del prossimo incarico.