Dal culto della bellezza all’estemporaneità, il caso Nina Nicolai

Dal culto della bellezza alla pratica dell'estemporaneità, la poesia è sempre più spesso cura per l'anima: il caso Nina Nicolai.

Dal culto della bellezza all’estemporaneità, il caso Nina Nicolai

Per chi vive nel culto delle “humanae litterae” quella della Poesia, oggi, è una pratica estemporanea, un approccio istintivo e ispirato dallo scoramento dell’attimo fugace, da un ricordo o un’urgenza: molto spesso da tutti questi moti insieme. La Poesia, che si regge su metafore, metrica e accenti così personali da risuonare selvaggi ed eleganti, oscuri e limpidi, è un mondo che non si accontenta di due occhi per leggerlo o di una voce per dargli fiato, ma di devozione e umanità.

Per noi italiani, che tra le altre cose siamo un popolo di poeti, il suono del lirismo è una questione squisitamente identitaria e poi culturale, perché siamo abituati alla bellezza e a soffrirne quando si allontana da noi. I temi della Poesia, in fondo, girano sempre attorno ad un “altro da sé” e ad una realtà che si spiega in un modo che non è cronaca e nemmeno verità: è un abbellimento o, perché no, anche il suo deterioramento fatto di immagini letterarie che diventano patrimonio collettivo. Fare Poesia, crearla, è un’inclinazione che non si doma; è un’esigenza rapace che ha una sua “educazione” impertinente e sconcertante.

Hegel la definiva “ancella del pensiero” perché, pur “sublime”, la Poesia tende alla spiegazione dell’idea per immagini, mentre la Filosofia, nella sua purezza, comprende la verità in modo totale e libero, ma il critico Francesco De Sanctis le rivendicava il ruolo cruciale di incidere sulla vita attraverso il sentimento, che è vitalità e si trasforma in creazione pura. Non stupisce che molti poeti siano inconsapevoli di esserlo e spesso anche anonimi, perché contenere tutto questo mistero della vita e questa espansione di sentimenti  è un patto di fiducia squilibrato dalla parte dell’Arte.

La cultura della strada e il mondo dei social hanno sdoganato gli epigrammi che, in poche righe e una paternità incerta, rimandano ad una dichiarazione d’amore, ma anche ad una presa in giro se non addirittura l’insulto iracondo. Ma scegliere di restare anonimi o di tutelarsi dietro ad uno pseudonimo rimane spesso una questione di censura, perché certi pensieri che si fanno Poesia non chiedono permesso, o di paura, perché la sincerità è talmente potente da ferire chi la (de)scrive e chi la legge.

Il rompicapo Nina Nicolai

Il caso di Nina Nicolai è un rompicapo: chiaramente uno pseudonimo dietro al quale si nasconde una biografia rimasta segreta, che non fornisce punti di riferimento riguardo al genere né ai suoi natali, è un nome contemporaneo nel panorama poetico attuale e si esclude che possa essere troppo giovane solo grazie ad una sincera pensosità, ricca di sfumature di chi ha vissuto un certo tratto di vita senza sconti.

Il suo mistero vive anche del dubbio che sia uomo o più probabilmente donna, sicuramente una persona che si è aggrappata alla Poesia per superare una perdita tracimante (In sicurezza/ abbiamo messo il tuo ritorno/ in mille abitudini/ ricomposto come il pane/ il tuo sorriso), come si fa evidente nella raccolta di liriche “Dove diverso è l’aspettarsi”, pubblicata per Il Battello Editore nel 2024 e che, insieme a “Mi trovi a casa” del 2021 per la stessa casa editrice, ha fatto il giro di tante letture d’autore al punto da suscitare da più parti una comunione di sensi.

Queste note di vita quotidiana di Nina Nicolai risuonano spesso calde e disperate (Sono nata/ per dar luogo/ al dolore/ perché il mio corpo minuto fosse sufficiente alla morte/ a non andarsene altrove), come un pomeriggio troppo assolato affinché il silenzio non faccia rumore e hanno l’eco del vento che sibila tra i vuoti della vita e accarezza il fogliame delle aiuole per rimanere aggrappato alla terra con una disperazione elegante, prosciugata di pathos e di energia: poche righe ermetiche, a volte dure e altre volte sdrucciole in ogni componimento che circoscrive una mappa emotiva ben precisa tra l’inquietudine travolgente e il desiderio di un annullarsi dove il rumore di fondo della vita si assottiglia fino a sparire (Come fosse domenica/ pigra scorre l’aria/ in lontananze/ dopo l’orma/ sottratta a un piede/ la sua infanzia/ preme/ dove attaccato al pianto/ costretto è il sogno/ a un vento che manca).

Liriche senza titolo come finto è il nome in copertina, ma la sincerità pastosa di questi versi sembra quasi uno sgarro, una frattura con l’identità di chi le firma, che non si preoccupa del tempo perché è l’urgenza del momento che vince sulla tranquillità.

La poesia e il culto dell’anonimato

Il poeta Gianluca Paciucci ha definito quello di Nina Nicolai, per quanto vero o no che sia, un nome necessario nella tradizione poetica italiana degli ultimi cinquant’anni, fatta soprattutto di uomini noti; il culto dell’anonimato, che nella Storia dell’Arte ha regalato emblematici casi di studio, ha trovato un nuovo dilemma.

Ma la sua scrittura non è un’indagine sulla sua identità; le sue parole sono un’affermazione di (r)esistenza dentro quello sgarro in cui è passata tanta vita tramutatasi nel ricordo di un’armonia che si fa dissonante (È il mare tra le costole/ a nutrire qualcosa che si spezza).

E tutto questo dolore cullato come un pargolo, affinché non pianga troppo dimostra, nell’esperienza di Nina Nicolai, che la Poesia, più che lo sfogo del pensiero come lo vorrebbe Hegel, è sempre più spesso, da Alda Merini a Mario Luzi, il luogo dove si cura l’anima (Può darsi che io sia troppo silenziosa/ e questa pagina troppo leggera/ ma per la luce che perde il suo sangue/ su entrambe/ una dibattuta trama evapora in finezza/ l’ansia/ rimasta in superficie/ più che agli strappi può darsi spinga/ ad accorgimenti).