Rabbino aggredito, per il 20enne arrestato scatta l’obbligo di firma. Contestata l’istigazione all’odio religioso, ma il giovane nega la matrice discriminatoria

Secondo la denuncia del rabbino gli avrebbero tolto il cappello ma non ci sarebbe stato alcun pestaggio, pugno, sputo o raffica di calci

Rabbino aggredito, per il 20enne arrestato scatta l’obbligo di firma. Contestata l’istigazione all’odio religioso, ma il giovane nega la matrice discriminatoria

E’ tornato libero il 20enne arrestato mercoledì per l’aggressione a un rabbino di 60 anni in piazza Bande Nere, a Milano. Il giudice delle Direttissime ha disposto per il ragazzo – italiano, nato da famiglia tunisina – l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria due volte a settimana, accogliendo la richiesta del pm Luca Gaglio. Con lui sono indagati anche il fratello, 21 anni, e un amico di 19, entrambi denunciati a piede libero. Il processo, per propaganda e istigazione all’odio razziale, etnico e religioso, si aprirà il 12 novembre.

Una storia un po’ diversa

Ma è la ricostruzione emersa in aula a ridimensionare non poco l’accaduto. Perché la denuncia del rabbino, letta a porte chiuse dal pm, parla di un episodio ben più circoscritto di quanto si fosse stato detto ieri: nessun pestaggio, nessun pugno, nessuno sputo, nessuna raffica di calci. Solo un calcio alle gambe, arrivato dopo che i tre giovani gli avevano tolto il cappello a falde larghe, glielo avevano poi restituito, e il rabbino – a quel punto – aveva iniziato a fotografarli. È in quel momento, secondo la contestazione del pm, che sarebbe scattato il gesto violento.

L’accusa per motivi di odio religioso si fonda su insulti che però la vittima non ha compreso

Anche sull’elemento discriminatorio la ricostruzione si è fatta più circostanziata rispetto alle prime notizie: il rabbino ha dichiarato di aver percepito di essere preso di mira in quanto ebreo, pur non comprendendo le parole pronunciate dai tre giovani, che parlavano in arabo. L’accusa per motivi di odio razziale e religioso si fonda dunque sul fatto che i ragazzi lo avrebbero schernito, ridendo, mentre gli sfilavano il copricapo – non su insulti esplicitamente riferibili alla sua fede.

La versione del 20enne: nessuna implicazione religiosa

Diversa, e per certi versi agli antipodi, la versione fornita dal ventenne davanti al giudice. Il ragazzo ha negato qualunque matrice discriminatoria: “Non sono in grado di riconoscere quei vestiti, quei copricapi, non mi interessa nulla della Palestina, né della guerra. Tra noi giovani si fa a volte di togliere i cappelli, lo si fa per scherzo”.

Sul calcio, poi, ha offerto una spiegazione che sposta il movente dal terreno dell’odio religioso a quello, più banale, dell’insofferenza personale: “Gli ho dato un calcio solo perché era arrabbiato perché mi stava facendo una foto, ho perso la testa“.

Acquisite le immagini delle telecamere

Il pm ha comunque ritenuto sufficiente, ai fini cautelari, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, anche in considerazione del fatto che il giovane non ha precedenti penali, ma solo un precedente di polizia. La Procura ha intanto chiesto l’acquisizione delle riprese delle telecamere della zona, che potrebbero aiutare a chiarire la dinamica esatta dell’episodio, avvenuto nel pomeriggio del 16 settembre.

Nel foglio di via notificato dalla Questura ai tre giovani si legge che si sarebbero avvicinati al rabbino “con fare provocatorio ed aggressivo” e, dopo essersi impossessati del cappello e averlo deriso, lo avrebbero colpito “con un calcio all’altezza dell’inguine” prima di fuggire. Una sequenza che, tra racconto della vittima, versione dell’indagato e contestazione della Procura, restituisce oggi un quadro sensibilmente più frastagliato di quello circolato ieri.