Il giorno più lungo per Pd e M5S. La svolta da Casaleggio e Grillo. Forti le pressioni per la formazione dell’Esecutivo. Ora le trattative sui ministri: ci sarà un solo vicepremier

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Un parto difficilissimo quello per dare alla luce un Governo giallo-rosso. Fino a ieri pomeriggio tutto tutti gli scenari sembravano ancora aperti e i due possibili futuri alleati estremamente divisi anche al loro interno. Poi, dopo l’incontro delle 18 a Palazzo Chigi tra Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio tutto è cambiato.

ANSIE AL NAZARENO. I vertici del Pd, nonostante Zingaretti si sia mantenuto sempre piuttosto titubante sull’abbraccio con gli ex avversari a 5 stelle, hanno lavorato al programma per un Esecutivo istituzionale anche nel fine settimana. Lanciando anche qualche punzecchiata a Di Maio, che si è concesso un weekend al mare. E alla fine anche il leader si è deciso a premere l’acceleratore sull’intesa. Matteo Renzi, che controlla i gruppi parlamentari, non gli ha dato tregua, continuando anche ieri a dichiarare che non si poteva gettare alle ortiche la possibilità di bloccare Matteo Salvini. Ma a puntare a un Governo tra Pd e Movimento 5 Stelle, argine alla marea sovranista montante, sono stati gli stessi esponenti storici della sinistra, una volta tanto unita, e dell’Unione europea, partendo dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

“Non ci sono veti, ma vogliamo parlare di contenuti”, ha iniziato ad affermare Zingaretti, sostenuto dal capogruppo renziano Andrea Marcucci. L’importante che il futuro Esecutivo sia di discontinuità e di svolta. Riunione dopo riunione i dem hanno quindi atteso l’esito dell’incontro tra i big pentastellati, considerando anche che fino alle prime ore del pomeriggio Di Maio era particolarmente sfuggente e c’era chi, come Gianluigi Paragone, ventilava anche l’ipotesi di dire addio al M5S in caso di accordo con i dem dopo aver governato 14 mesi con la Lega.

CONCLAVE CON CASALEGGIO. Alle 15.30, mentre il nervosismo iniziava a crescere anche tra i pentastellati, si sono incontrati Luigi Di Maio, Davide Casaleggio, i ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, il presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, il sottosegretario Vito Crimi, i capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli e il socio di Rousseau Massimo Bugani. Ed è stata posta la parola fine anche ai tentennamenti di Di Maio. Nonostante Beppe Grillo non fosse presente al vertice, sia il garante che lo stesso Casaleggio hanno detto infatti definitivamente stop a una possibile ricucitura con la Lega e via libera all’intesa con il Pd, mantenendo la posizione su Giuseppe Conte come premier e lasciando indefinito solo il nodo, considerato comunque superabile, dell’eventuale voto su Rousseau.

I NOMI. Arrivata la svolta, le prime indiscrezioni sull’intesa sostanzialmente raggiunta sono arrivate dopo l’incontro tra Di Maio e Zingaretti a Palazzo Chigi. Ed è apparso chiaro che i dem avessero accettato la condizione del Conte bis quando è stata data notizia di un secondo incontro per le ore 21 a cui per i Cinque Stelle avrebbe preso parte insieme al leader lo stesso Giuseppe Conte, di ritorno dal G7 di Biarritz, e per il Pd, oltre al segretario, il vice Andrea Orlando. Tanto che di lì a poco Salvini ha convocato una conferenza stampa in Senato in cui ha rovesciato una serie di insulti sugli ex alleati e sui dem, ormai cosciente che per lui l’unico destino possibile sembra quello di trascorrere un lungo periodo sugli scomodi banchi dell’opposizione.

Nella notte sono quindi proseguite le trattative per fare il punto sulla squadra dei ministri, con una serie di Ministeri di peso, come l’Economia, che potrebbe andare ad Antonio Misiani, destinati al Partito democratico. L’accordo sarebbe inoltre per un vicepremier unico, con Zingaretti che tentenna per quel ruolo e preferirebbe lasciarlo a Orlando. Di Maio sembra invece destinato alla Difesa e degli ex ministri pentastellati dovrebbero, seppure con altri ruoli, essere confermati soltanto Bonafede e Fraccaro o addirittura una solo dei due. Il Viminale potrebbe andare al Capo della Polizia, Franco Gabrielli, la Giustizia andrebbe a Leu, che entrerebbe nel Governo, al contrario di +Europa che ha annunciato di voler restare per il momento alla finestra, mentre resta da sciogliere il nodo delle Infrastrutture.

Certo l’addio di Danilo Toninelli, ma ancora da stabilire se il dicastero sarà appannaggio dei dem o dei pentastellati. Per quanto riguarda la Farnesina si fa insistentemente il nome di Paolo Gentiloni. Alcuni Ministeri sono però destinati anche ai renziani, che rappresenterebbero allo stesso tempo la garanzia di una tenuta dell’esecutivo e dunque di un Governo in grado di arrivare fino alla fine della legislatura. Resta infine da riempire la casella del nuovo commissario europeo, che a questo punto dovrebbe essere un dem.

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