Appare e scompare. Ballottaggio sì, ballottaggio no: è il dilemma che in queste ore affligge Giorgia Meloni. Dare ascolto a Forza Italia, che è favorevole, o assecondare la Lega, che lo vede come fumo negli occhi? Il tira e molla del centrodestra dice molto: l’obiettivo non sembra una legge capace di garantire governabilità, ma una riforma costruita per consentire alle destre di restare al governo. Con il partito di Roberto Vannacci in crescita nei sondaggi, nel centrodestra si ragiona sul rischio che nessuno raggiunga il 42% necessario per il premio di maggioranza. In quel caso si arriverebbe alla distribuzione dei seggi con un proporzionale puro, con il pericolo di una batosta.
Il rebus del ballottaggio anti-Vannacci. Governo indeciso su come blindarsi
Forza Italia guarda al ballottaggio con favore, convinta che alla fine tenga fuori il generale dalla coalizione. La Lega lo teme, perché al primo turno verrebbe dissanguata da Vannacci. Fratelli d’Italia valuta costi e benefici. Ha tempo fino al 9 settembre, quando il testo andrà in Aula senza mandato al relatore e, decaduti gli emendamenti, si potranno riformulare nuove proposte. Con il ballottaggio verrebbe meno la chiamata al voto utile e Vannacci sarebbe favorito al primo turno, come teme Matteo Salvini. Ma con il turno unico, senza alleanza con il generale, il rischio di una sconfitta è dietro l’angolo.
La valanga di emendamenti
Ieri scadeva il termine in commissione Affari costituzionali del Senato, valido anche per l’Aula, per gli emendamenti. Solo tre sono firmati da tutto il centrodestra: uno sulle preferenze e due tecnici, sui seggi al Senato e sui collegi di Bolzano, Merano e Bressanone. Il ballottaggio, previsto nella prima versione della riforma e poi tolto nel “Bignami 2”, che assegna il premio solo se una coalizione supera il 42%, ricompare in un emendamento dell’ex presidente del Senato Marcello Pera. La proposta introduce un secondo turno se nessuno raggiunge il 48% in entrambe le Camere e se le prime due coalizioni sono entrambe sopra il 38%. Se questa seconda soglia fosse raggiunta solo da una coalizione in entrambi i rami, questa otterrebbe il premio superando il 42%.
L’emendamento sarebbe stato presentato direttamente per l’Aula anche per evitare al governo di esprimere un parere già in commissione. Una volta prese le decisioni in maggioranza – si spiega – verrà votato o ritirato. Forza Italia ha rinunciato a presentare il suo testo sul doppio turno, dato per scontato il giorno prima. “Per privilegiare le soluzioni condivise”, dice la capogruppo azzurra al Senato Stefania Craxi. Ma la verità è che il centrodestra è diviso: oltre al no della Lega ci sono i dubbi di Fratelli d’Italia. Per Andrea De Priamo, presidente della commissione Affari costituzionali di FdI, il ballottaggio resta “un tema ancora aperto”.
Le proposte dell’opposizione
Sono 697 gli emendamenti depositati dai gruppi, una ventina quelli di maggioranza. Stop all’obbligo di indicazione del candidato premier, preferenze per tutti i parlamentari, capilista alternati al 50% e soglia al 45% per ottenere il premio, con l’abbassamento a 210 e a 105 del numero massimo di deputati e senatori ottenibili vincendo: sono questi i temi degli emendamenti comuni delle opposizioni, Pd, M5s, Avs e Iv. Il campo largo promette battaglia con un “forte ostruzionismo”.
Addio parità di genere
A indignare il centrosinistra è soprattutto l’emendamento delle destre sulle preferenze. L’elettore troverà sulla scheda i capilista bloccati senza equilibrio di genere; sotto, una lista di sei nomi e la possibilità di sceglierne tre. Se il capolista è uomo, il secondo nome dovrà essere quello di una donna, e viceversa. L’effetto però è quasi nullo: solo il primo è blindato, dal secondo in poi i candidati sono lasciati al mare aperto delle preferenze. Diversi anche gli emendamenti sulla norma “anti-cespugli”, introdotta alla Camera su proposta di Forza Italia: i partiti della coalizione che non raggiungono il 3% – salvo il miglior perdente – non concorrerebbero al risultato per l’assegnazione del premio. Una proposta punta ad abbassare la soglia dal 3 all’1%, un’altra al 2%, un’altra ancora ad abolirla.