lavori in corso

Il segnale sottovalutato dalla destra che presenta il conto

I referendum sul lavoro dello scorso anno erano un avvertimento che le destre non hanno colto. E ora ne pagano il conto.

Il segnale sottovalutato dalla destra che presenta il conto

C’è una linea che unisce il risultato del referendum sulla Giustizia con quelli dell’8 e 9 giugno 2025 sul lavoro, promossi dalla Cgil. Una linea sottile che, però, la destra ha scelto volutamente di non vedere. Riavvolgiamo il nastro. Allora votarono oltre 15 milioni di cittadini, con i giovani che, come oggi, fecero la differenza. È vero: non si raggiunse il quorum (si trattava di referendum abrogativi, ndr), fermatosi a poco meno del 30% degli aventi diritto, e dunque l’esito non sprigionò effetti. A posteriori, però, per la maggioranza il fatto di essersi fermata al mero dato numerico si è rivelato un clamoroso errore di valutazione politica.

Da quella partecipazione, seppur raccolta intorno a quesiti slegati dalla diretta azione del governo, arrivò un messaggio chiarissimo: quasi l’89% degli elettori, circa 13 milioni di persone, si espresse per cancellare norme che alimentano il precariato e indeboliscono la sicurezza nei sistemi di appalto e subappalto. Malgrado una consistente parte degli italiani abbia votato contro tale modello, il risultato venne commentato dalla destra con ironia e sarcasmo; fu addirittura preconizzata la “definitiva morte” del cosiddetto campo largo. Il resto è storia. Da allora nulla è cambiato nell’atteggiamento di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Anzi. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i tentativi di intervenire ancora nella direzione opposta a quel segnale, con emendamenti – spesso inseriti di soppiatto nei testi – per attenuare le responsabilità degli imprenditori condannati per aver sottopagato i lavoratori, per allungare il limite dei contratti a termine rischiando di ampliare ulteriormente le zone grigie del mercato del lavoro etc. Scelte coerenti con una certa visione, certo, ma in aperta contraddizione con quanto una fetta rilevante del Paese aveva detto.

Il risultato della consultazione popolare sulla legge Nordio, quindi, non nasce dal nulla. È figlio anche di questa cecità, è la manifestazione plastica di una diffidenza crescente verso interventi percepiti come calati dall’alto e riforme che non intercettano le priorità reali dei cittadini. Non si tratta di sovrapporre temi diversi – lavoro e giustizia – ma di riconoscere un filo comune: la domanda di tutela, di equilibrio, di attenzione ai diritti. Quando questa viene ignorata, o peggio ridicolizzata, prima o poi cerca (e trova) altre modalità per esprimersi. Nove mesi fa si rideva per una “spallata” mancata; oggi, forse, si dovrebbe riflettere su una lezione mancata. Perché si sa: la Storia tende a ripetersi. E a presentare il conto.