L’Italia ha dato alla Corte penale internazionale il nome della sua capitale e un anno e mezzo fa le ha negato perfino una firma. Lo Statuto di Roma fu adottato qui nel 1998, e oggi l’amministrazione di Donald Trump, dopo aver sanzionato i giudici della Corte uno per uno, tiene pronte sanzioni contro la Corte intera: secondo il Wall Street Journal le sanzioni le impedirebbero di muovere dollari, con una tolleranza di sei o sette mesi, e potrebbero arrivare durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È la Corte che nel 2024 ha spiccato un mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu per i crimini a Gaza, dove Human Rights Watch ha poi documentato atti di genocidio nel taglio deliberato dell’acqua. All’Aia, secondo l’Associated Press, il governo olandese sa che le sanzioni sono imminenti e studia come pagare gli stipendi della Corte e proteggerne i testimoni. E ad agosto i giudici sotto sanzione erano già nove su diciotto. Quando nel febbraio 2025 settantanove Stati firmarono per difendere la Corte, la firma dell’Italia mancava.
Poi c’è Tunisi. Dopo la marcia di sabato per i quattro attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti a Mornaguia la difesa conta almeno undici arresti fra chi era alla marcia, e secondo Business News Wael Naouar lunedì era al trentasettesimo giorno di sciopero della fame.
Intanto in Toscana passa le vacanze Yonatan Chalich. È un soldato della 401ª brigata corazzata israeliana, denunciato lunedì dalla Hind Rajab Foundation per crimini contro l’umanità e atti di genocidio, per il presunto ruolo nell’assedio dell’ospedale al-Shifa. La fondazione scrive che sulle denunce precedenti le autorità italiane sono rimaste ferme, e chiude con una frase che a Roma andrebbe letta ad alta voce: “Se le prove ti seguono da Gaza alla Toscana, anche la giustizia deve seguirti.”