Tutto e il contrario di tutto. Donald Trump non si smentisce mai e, a distanza di pochi minuti, dice una cosa e poi il suo esatto contrario. Prima minimizza la possibile fine dei negoziati con l’Iran, dopo che Teheran li ha bloccati per protestare contro l’escalation di Israele in Libano. “Non mi importa se sono finiti. Non mi importa davvero. Non me ne può importare di meno”, ha detto il presidente in un’intervista a CNBC. Poi, sul suo social Truth, scrive: “I colloqui con l’Iran proseguono a ritmo serrato”.
L’Iran minaccia lo stop ai negoziati. E Trump ferma Netanyahu sul Libano
Il punto è che non siamo davanti a una schermaglia diplomatica qualsiasi. In mezzo ci sono Libano, Gaza, Iran, Hezbollah, Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, passaggi decisivi per la sicurezza energetica globale. Eppure Trump continua a muoversi come se il Medio Oriente fosse una platea da conquistare con una battuta, un post e una telefonata. A minacciare la tregua tra Usa e Iran, ancora una volta, è stata la fuga in avanti del governo israeliano.
L’Ira dei pasdaran per l’attacco in Libano
Le offensive di Israele in Libano e a Gaza rappresentano di fatto una guerra anche contro l’Iran, hanno detto i Pasdaran. “Il superamento delle linee rosse in Libano e a Gaza equivale a una guerra diretta e all’imposizione di costi sulla sicurezza nazionale”, si legge. I Guardiani della rivoluzione hanno poi avvertito che la resistenza islamica è pronta a nuove operazioni e ad aprire nuovi fronti. “Chiunque semini vento raccoglierà tempesta”, hanno avvertito. L’intenzione dell’Iran era chiudere completamente lo Stretto di Hormuz e bloccare anche Bab el-Mandeb, sul Mar Rosso. Netanyahu, però, continua a giocare la carta dell’escalation, presentando ogni nuova offensiva come una risposta necessaria e ogni allargamento del conflitto come un atto di autodifesa.
La preoccupazione dell’Onu
Le Nazioni Unite hanno espresso allarme e hanno chiesto a tutte le parti di rispettare il cessate il fuoco, mentre Israele estende la sua offensiva in Libano e i negoziati tra Stati Uniti e Iran sembrano di nuovo in pericolo. “Siamo profondamente allarmati dall’escalation delle attività militari nel Libano meridionale e oltre”, ha dichiarato Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Alla fine Trump chiama Benjamin Netanyahu e annuncia la fine dei combattimenti in Libano.
Trump ferma Bibi
“Ho avuto una telefonata molto produttiva con il primo ministro Bibi Netanyahu, di Israele: nessuna truppa sarà inviata a Beirut e le eventuali truppe che erano in viaggio sono già state fatte rientrare”, scrive il presidente Usa su Truth. “Allo stesso modo, tramite rappresentanti di alto livello, ho avuto un ottimo colloquio con Hezbollah, i cui esponenti hanno concordato che ogni sparatoria cesserà: Israele non attaccherà loro ed essi non attaccheranno Israele”, ha aggiunto. Ma anche qui il nodo politico resta enorme. Se tutto dipende dall’umore di Trump e dalla disponibilità di Netanyahu a fermarsi quando il danno è già stato prodotto, non siamo davanti a una strategia, ma a una tregua appesa al carattere dei leader.
Il presidente americano prima lascia intendere che la trattativa con l’Iran non valga nulla, poi si accredita come garante della pace. Netanyahu, da parte sua, continua ad alzare l’asticella militare, salvo poi lasciare agli alleati il compito di ricucire gli strappi.
Il Pakistan in campo
Nel corso di una telefonata, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiesto al suo omologo pachistano, Mohammad Ishaq Dar, di contribuire alla de-escalation tra Washington e Teheran e di sostenere il cessate il fuoco. Dar ha espresso la “seria preoccupazione del Pakistan”. Il punto è esattamente questo: la tregua non può reggersi sulle oscillazioni di Trump né sulle prove di forza di Netanyahu. Ogni messaggio contraddittorio da Washington e ogni nuova offensiva ordinata da Tel Aviv indeboliscono il fragile equilibrio diplomatico costruito a fatica. In un’area in cui basta una scintilla per incendiare l’intera regione, la politica dei colpi di teatro non è leadership. È irresponsabilità allo stato puro.