La Corte Ue bastona Mediaset. Più forte il socio Vivendi. Illegittimi i limiti messi dall’Agcom ai francesi. A rischio il controllo del gruppo e la fuga in Olanda

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

È una batosta quella rifilata ieri dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea al Gruppo Fininvest. Dopo che i tribunali di Amsterdam e Madrid hanno accolto il ricorso presentato da Vivendi contro il progetto di fusione tra Mediaset e la sua controllata spagnola nella holding Mfe (Media for Europe, ndr), l’ultima stoccata arriva da Lussemburgo con la sentenza che mette fine alla disputa sulla presenza di Vivendi in Mediaset. Secondo i giudici la disposizione dell’Agcom del 2017, basata sulla legge voluta dall’allora ministro Maurizio Gasparri, con cui è stato vietato al gruppo francese di mantenere tutte le sue quote in Tim e in Mediaset, dov’è rispettivamente primo e secondo azionista con quote pari al 23,9 e al 29,9 per cento, è “contraria al diritto dell’Unione”.

Questo perché l’aver impedito a Vivendi di acquisire il 28% del capitale di Mediaset “costituisce un ostacolo vietato alla libertà di stabilimento, in quanto non è idonea a conseguire l’obiettivo della tutela del pluralismo dell’informazione”. La Corte europea, in un lungo comunicato in cui ha spiegato le ragioni del proprio provvedimento, ha precisato che l’articolo 49 del Trattato dell’Unione europea impedisce qualsiasi provvedimento nazionale che possa ostacolare o scoraggiare l’esercizio, da parte dei cittadini dell’Unione, della libertà di stabilimento. Nella sentenza i giudici osservano inoltre che: “Anche se una restrizione alla libertà di stabilimento può, in linea di principio, essere giustificata da un obiettivo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo dell’informazione e dei media, ciò non avviene nel caso della disposizione in questione, non essendo quest’ultima idonea a conseguire tale obiettivo”.

SCONFITTA SU TUTTA LA LINEA. A tale proposito la Corte ricorda che il diritto dell’Unione, per quanto riguarda i servizi di comunicazione elettronica, “stabilisce una chiara distinzione tra la produzione di contenuti e la loro trasmissione. Pertanto, le imprese operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche, che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti, non esercitano necessariamente un controllo sulla produzione di tali contenuti”. Ebbene, sempre secondo i giudici, “la disposizione in questione non fa riferimento ai collegamenti tra la produzione e la trasmissione dei contenuti e non è neppure formulata in modo da applicarsi specificamente in relazione a tali collegamenti”.

La Corte rileva, peraltro, che la disposizione in questione definisce in “modo troppo restrittivo il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo in particolare mercati che rivestono un’importanza crescente per la trasmissione di informazioni, come i servizi al dettaglio di telefonia mobile o altri servizi di comunicazione elettronica collegati ad Internet nonché i servizi di radiodiffusione satellitare. Tuttavia, poiché essi sono divenuti la principale via di accesso ai media, non è giustificato escluderli da tale definizione”. Nella sentenza si legge inoltre che “equiparare la situazione di una ‘società controllata’ a quella di una ‘società collegata’, nell’ambito del calcolo dei ricavi realizzati da un’impresa nel settore delle comunicazioni elettroniche o nel SIC, non appare conciliabile con l’obiettivo perseguito dalla disposizione in questione”.

VERSO NUOVI EQUILIBRI. In definitiva, per la Corte di Giustizia europea la disposizione italiana fissa soglie che, “non consentendo di determinare se e in quale misura un’impresa possa effettivamente influire sul contenuto dei media e non presentano un nesso con il rischio che corre il pluralismo dei media”. Con questa sentenza, che non prevede possibilità di appello in quanto di ultima istanza, le conseguenze per il gruppo italiano non tarderanno ad arrivare. A seguito della sconfitta di Mediaset, appare più che scontato che il gruppo milanese sarà costretto a riconoscere i pieni diritti di voto a Vivendi che, per effetto dello spacchettamento deciso dopo il provvedimento dell’Agom, aveva diviso le proprie quote con un 9,9% detenuto direttamente e un altro 19% affidato a una Fiduciaria. Può sembrare che non sia cambiato niente ma non è affatto così perché ora i francesi potranno far valere il proprio peso nelle decisioni strategiche in assemblea, compresa la fuga in Olanda decisa per blindare il controllo in mano ai Berlusconi.