La Fiera di Roma è piena di debiti e non basteranno 200 milioni a coprire il buco. Al confronto persino l’Expo è Paradiso

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Anche Roma, a quanto pare, ha il suo “Expo” finanziariamente fallimentare. Lo schema è sempre quello: mi indebito per costruire opere faraoniche sperando di rimborsare i prestiti bancari con programmi di vendita che poi puntualmente naufragano. A Milano è successo per le aree sulle quali si è svolta Expo 2015. A Roma sta succedendo con progetti fieristici inseguiti da almeno 10 anni e ora a un passo dal collasso finale. Al centro della scena c’è Fiera di Roma srl, la società ormai in concordato preventivo che gestisce le aree della vecchia e della nuova Fiera di Roma, un totale di 46 ettari di siti. La società è controllata dalla Investimenti Spa, i cui maggiori soci risultano la Camera di Commercio di Roma (58,5%), il Comune di Roma (21,7%), la Regione Lazio (9,8%) e Lazio Innova (9,8%), società che sempre alla Regione fa capo.

Lo scenario
Ebbene, il gruppo Investimenti, comprensivo della Fiera di Roma e di altre cinque società tra controllate e collegate, nel corso degli anni ha collezionati bilanci colabrodo. Ma la preoccupazione maggiore sono i circa 200 milioni di debiti che la società capogruppo ha accumulato, in particolare 180 milioni nei confronti di Unicredit. Si tratta dei soldi che erano serviti a pagare il gruppo Lamaro della famiglia Toti, l’esecutore dei lavori della nuova Fiera. Al momento, proprio come a Milano con le aree Expo, non ci sono le risorse per far fronte a questo debito. Coma mai? Semplice, perché nel 2006, quando Walter Veltroni inaugurò in pompa magna la nuova Fiera vicino alla Roma-Fiumicino, l’intenzione era quella di pagare i debiti bancari con i proventi della cessione delle aree della vecchia Fiera, poco più di 7 ettari su via Cristoforo Colombo. Senza starci a girare troppo intorno, la conclusione è che in questi 10 anni, nonostante i sindaci che si sono succeduti, la vendita non è mai andata in porto. Magna pars della responsabilità, però, sembra doversi accreditare proprio al Comune. Per una vendita fruttuosa, infatti, è necessaria una delibera comunale di valorizzazione delle aree della ex Fiera, da trasmettere poi alla Regione. Ora, la delibera in questione era stata da ultimo predisposta nel luglio 2015 dalla giunta guidata da Ignazio Marino, che poco dopo ha fatto la fine che ha fatto. La procedura, però, senza l’invio del documento agli uffici della Regione guidata da Nicola Zingaretti non può dirsi completata. E qui si apre anche un caso relativo al commissario Francesco Paolo Tronca. Martedì scorso si è tenuta un’assemblea dei soci di Investimenti Spa per cercare di capire come uscire da sabbie mobili che ormai stanno inghiottendo tutti. Ma il Comune non ha mandato nessuno. La domanda è una sola: perché Tronca, che in teoria ha la delibera sul suo tavolo, non provvede all’invio alla Regione? C’è chi dice che il commissario preferisca rimettere la patata bollente in mano al futuro sindaco. Così però si perde tempo altro prezioso.

Retroscena
Ma c’è anche un’ulteriore suggestione. Qualcuno fa notare che Tronca è il grande sconfitto nell’ultima tornata di nomine governative ai vertici della Polizia e dei Servici segreti. Valzer dal quale è invece uscito vincitore Franco Gabrielli, che da prefetto di Roma è diventato capo della Polizia. L’immobilismo di Tronca non sarà anche frutto di qualche risentimento per come sono andate le nomine? Chissà, magari è un eccesso di dietrologia. Fatto sta che i rapporti si stanno a dir poco incrinando tra le stesse parti in causa. Investimenti spa, nei giorni scorsi, ha presentato ricorso al Tar contro il Comune (che è un suo socio) per chiedere l’assegnazione di un commissario ad acta che superi l’inerzia di Tronca e provveda all’invio alla Regione della delibera. Insomma, una dichiarazione di guerra. In più la stessa Investimenti Spa, pur in assenza del perfezionamento della procedura, ha pubblicato un bando per le ricerca di un advisor immobiliare che l’aiuti a cedere un pacchetto comprensivo della vecchia Fiera di Roma e di alcuni padiglioni e immobili della nuova. Il tutto per un valore di cessione di 204 milioni di euro. Ennesimo colpo di scena di una vicenda per certi aspetti folle.