La guerra in Ucraina mette le ali alle spese militari. Per Allied Market Research il volume d’affari delle armi nucleari supererà nel 2030 i 126 miliardi di dollari

Spese militari
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L’aggressione russa in Ucraina spinge le spese militari. E, in prospettiva, gli armamenti nucleari. Il mercato globale delle bombe nucleari e dei missili – sostiene un report di Allied Market Research – è stato valutato a 72,64 miliardi di dollari nel 2020 e si stima che raggiungerà i 126,34 miliardi di dollari entro il 2030, con un aumento di quasi il 73% rispetto a due anni fa.

Spese militari, gli Usa nel 2020 hanno dominato la quota di mercato globale di bombe e missili nucleari nel 2020

Gli Stati Uniti hanno dominato la quota di mercato globale di bombe e missili nucleari nel 2020, mentre la Cina dovrebbe assistere a una crescita del mercato a un ritmo significativo durante il periodo stimato. Gli Usa hanno stanziato il 5,7% del budget totale per la difesa alla spesa per armi nucleari nel 2021, che dovrebbe salire all’8,0% della spesa totale per la difesa nel 2030.

Lo scorso anno gli Stati Uniti e la Russia avevano rispettivamente 5.550 e 6.255 testate nucleari e si prevede che raggiungeranno 6.380 e 6.734 entro il 2030. Altre nazioni come l’India e il Pakistan sono in corsa per aumentare il loro arsenale. E anche all’interno della Nato si discute sull’ampliamento degli armamenti nucleari.

Il Regno Unito ha una delle forze navali più potenti e fa affidamento sui suoi missili balistici di lancio dai sottomarini nucleari. Il Paese ha fatto notevoli investimenti nello sviluppo della classe Dreadnought, in grado di trasportare armi nucleari. Il sottomarino dovrebbe essere in servizio entro il 2030. Mentre la Cina dovrebbe sviluppare 200 silos di lancio in grado di scagliare testate nucleari nelle regioni vicine.

Ma mercato delle armi nucleari a parte, il punto nevralgico rimane il discorso della corsa al riarmo in generale che sta segnando il dibattito politico di molti Paesi. In Italia l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2% del Pil farebbe passare la spesa da 25,8 miliardi l’anno a 38 miliardi l’anno. E a pochi giorni dallo scoppio del conflitto in Ucraina tutti i principali Stati europei hanno annunciato stanziamenti straordinari per rafforzare l’esercito e una spesa annuale nel settore superiore al 2% del Pil, dalla Germania alla Francia, dalla Polonia alla (persino) neutrale Svezia.

Un andazzo che trova fermamente contrari in Italia i Cinque Stelle. Che hanno stoppato il tentativo di accelerare sulla tempistica del raggiungimento dell’obiettivo del 2% del Pil delle spese militari entro il 2024. E ora annunciano che non daranno parere favorevole a un decreto legislativo che prevede, pur in recepimento di una direttiva Ue, l’esenzione di Iva e accise sulle cessioni di armi tra Paesi Ue che partecipano a operazioni nell’ambito della politica di difesa e sicurezza comune. Decreto che sarà oggi all’esame della commissione Finanze del Senato.

“In questo momento di emergenza energetica ed economica in generale, con famiglie e intere filiere produttive in difficoltà, riteniamo non prioritario qualsiasi intervento che delinei repentini incrementi di spesa o agevolazioni fiscali per la compravendita di armi a valere sul bilancio dello Stato”, dichiarano i senatori 5S Steni Di Piazza, Mario Turco (anche vicepresidente M5S) ed Emiliano Fenu. L’esenzione Iva, argomentano, dovrebbe essere applicata semmai a beni di prima necessità come pane e latte.