Sulle spese militari ormai la sinistra fa concorrenza alla destra. Incrementato da 25 a 38 miliardi all’anno il Fondo per la Difesa

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L’altro non si sa ma per ora l’unico Pnrr che sicuramente funziona e che mette d’accordo tutti è quello delle spese militari che dopo almeno 10 anni di pressioni finalmente riesce a raggiungere l’agognato risultato del 2% del Pil. Non male per una nazione che si ritrova nel bel mezzo di una crisi sociale (oltre che economica) per la pandemia, che si ritrova ad affrontare uno dei periodi più bui in termini di disuguaglianze sociali e che non sa come aiutare le famiglie per affrontare la crisi energetica. Male che vada potremo avere tutti un bel mitragliatore di cittadinanza da tenere sul comodino della nostra camera fredda e buia, in piena disoccupazione.

Sarà per questo che l’Ordine del giorno di ieri collegato al Decreto Ucraina, proposto dalla Lega e sottoscritto da deputati di Pd, Fi, Iv, M5S e FdI (che impegna il Governo ad avviare l’incremento delle spese militari verso il traguardo del 2 per cento del Prodotto interno lordo) è stato votato con una maggioranza quasi bulgara: 391 voti favorevoli su 421 presenti e 19 contrari.

Incrementato da 25 a 38 miliardi all’anno il Fondo per le spese militari

Nella parte dispositiva del testo approvato si legge che il traguardo del 2% del Pil in spese militari dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione” mentre nell’immediato si debba agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. In parole povere si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

Se è vero che la destra italiana da sempre spinge da tempo sul militarismo come contenuto identitario – tanto per stare nel tema della violenza come sinonimo di una bislacca idea di sicurezza – tocca però prendere atto che anche dalle parti del cosiddetto “fronte progressista” l’impennata emotiva del conflitto in Ucraina abbia contribuito alla fondazione di un nuovo pacifismo armato che disorienta i suoi elettori.

Non è un caso che solo pochi giorni fa durante una manifestazione per la pace si siano registrati fragorosi applausi al presidente ucraino Zelensky mentre chiedeva la “no fly zone” sul suo Paese (leggi l’articolo) che significherebbe ancora più guerra, ancora più mondiale. I “progressisti con l’elmetto”, dal canto loro, provano a spiegarci che “per avere la pace bisogna fare la guerra”.

Idea legittima, per carità, ma forse Letta, Conte e gli altri hanno dimenticato che stanno sventolando gli stessi slogan dei loro presunti avversari. E chissà che ne pensano gli italiani di un Governo che strepita ogni volta che si chiede uno scostamento di bilancio per aiutare la povera gente a pagare le bollette e ora festoso si giura di trovare più soldi per le armi.

Come faceva notare Oxfam lo scorso aprile “se i governi rinunciassero alle spese militari per sole 26 ore, avremmo 5,5 miliardi di dollari a disposizione per salvare 34 milioni di persone dalla fame nei prossimi mesi in Paesi piegati da guerra, pandemia e cambiamenti climatici”. Così, tanto per avere le proporzioni.

Ma non fatevi fregare da quelli che dicono che la guerra innescata da Putin renda ineluttabile armarsi in fretta e furia. La situazione ucraina è solo l’acceleratore di un processo in corso da tempo che vede Guerini nella parte del chierichetto bellico, silenzioso ma altamente operativo, che accumula risultati che nemmeno i più famelici signori della guerra avrebbero mai potuto sperare.

Come racconta l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex nel corso del 2021 il ministro della Difesa del governo Draghi, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di oltre 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre 23 miliardi. Dando il via libera a questi programmi, quasi tutti trasmessi alle Camere a tambur battente nell’arco di otto settimane tra fine settembre e metà novembre (due trasmessi ad agosto), le Commissioni parlamentari competenti (Bilancio e Difesa) hanno autorizzato (o lo faranno entro fine anno) spese per quasi 300 milioni nel 2021 e oltre 400 milioni nel 2022.

I pareri favorevoli sono stati espressi sempre all’unanimità. L’unica differenza è che se prima dovevano riuscire a brigare tutto con passo felpato per non fare troppo rumore ora possono rivendersi come strenui difensori della Patria. Manca solo Dio e la Famiglia e poi saranno identici in tutto.