La Libia sta per saltare. Più di 700mila migranti in fuga. Di Maio: non sono tutti diretti in Europa. Tripoli però è fuori controllo e il rischio c’è

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Sull’altra sponda del Mediterraneo c’è una bomba innescata. Una bomba umanitaria pronta ad esplodere e a mandare in frantumi i fragili accordi che, su input dell’Italia, iniziano ad essere stretti in Europa per far fronte al problema dei migranti. Come ha specificato ieri, parlando davanti alla Commissione Schengen, il ministro degli esteri Luigi Di Maio, al momento sono infatti 700mila le persone fuggite dai loro Paesi e presenti in Libia. Un esercito che, se dovesse all’improvviso partire alla volta delle coste italiane, renderebbe quasi impossibile continuare a coinvolgere gli altri Paesi Ue nel farsi carico dei tanti africani in cerca di una speranza sul suolo europeo. Gli stessi accordi stretti a Malta dal ministro dell’interno Luciana Lamorgese, del resto, si basano proprio su numeri contenuti di sbarchi. E l’ipotesi di un esodo, visto che la situazione a Tripoli è fuori controllo, non appare peregrina.

LE RASSICURAZIONI. Di Maio ha cercato di gettare acqua sul fuoco. Ha precisato che dei 700mila migranti presenti in Libia soltanto 2-3.000 si trovano nei campi, ma ha poi aggiunto che “solo una piccola parte di essi ha interesse a proseguire viaggio verso l’Europa”. Una certezza che non è chiaro da dove arrivi al ministro, che ha anche insistito su due strumenti definiti essenziali per l’Italia: quello dei rimpatri volontari realizzati dall’Oim, che consentono ai migranti in Libia o in Niger di tornare nel proprio Paese, e il meccanismo di transito di emergenza dell’Alto commissariato per i Rifugiati, per cui i potenziali beneficiari di protezione in Libia vengono trasferiti in due centri, uno in Niger e l’altro in Ruanda, gestiti dall’Unhcr, in attesa che siano ultimate le procedure per il loro reinsediamento nei Paesi occidentali. Un po’ poco all’apparenza di fronte a settecentomila persone, in larghissima parte fuori dai campi e dunque completamente libere di muoversi, che avendo attraversato un inferno per giungere sulle coste libiche desiderano soltanto provare ad avere una seconda chance in Europa. Un esercito ancor più incontrollabile in un Paese al collasso, su cui si stanno scontrando Turchia e Russia, con opposti interessi, e dove l’Ue non riesce a incidere.

IL FUTURO. Sempre intervenendo nella Commissione Schengen, Di Maio ha inoltre precisato che l’Italia ha avviato con la controparte libica consultazioni per migliorare il memorandum sottoscritto nel 2017, sottolineando che si dimostrato “efficace ed utile”, in quanto ha consentito di ridurre drasticamente gli arrivi irregolari, che nel 2019 gli sbarchi sono diminuiti del 53% rispetto all’anno precedente e che il vero problema sono i barchini e non le Ong, prendendo così le distanze dalle politiche sostenute anche da lui quando Matteo Salvini era ministro dell’interno. Ma se a Tripoli non c’è stabilità non c’è una controparte libica con cui trattare. E tutto diventa estremamente incerto.

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di Gaetano Pedullà

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