La pochezza dei nostri poteri forti

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di Gaetano Pedullà

È nato un nuovo amore. E pazienza per chi è rimasto escluso, che ora schiuma di gelosia. Renzi e Marchionne, invaghiti a New York, si sono scambiati l’anello di fidanzamento. Il nostro premier ha reso omaggio alla Fca, nuovo nome di una Fiat scappata dall’Italia senza la benché minima resistenza del governo. E il top manager ha promesso al Presidente del Consiglio il suo appoggio nel cammino delle riforme. Una brutta notizia per De Bortoli, il direttore in uscita dal Corsera, che tre giorni fa aveva bombardato l’inquilino di Palazzo Chigi proprio dalle pagine del giornale di cui Marchionne è il primo azionista. Guerre di potere, dunque, ma quando parliamo dei poteri italiani dobbiamo subito pensare più alle loro debolezze che a una invisibile forza. Così Marchionne e Renzi, mano nella mano, hanno fatto scattare Della Valle, da tempo nemico giurato di quella Fiat che investendo a sorpresa poche decine di milioni gli ha sfilato da sotto il naso proprio il Corriere. Uno scherzetto che gli sta facendo perdere un mucchio di soldi e che adesso lo mette pure in conflitto con l’ex sindaco (e amico) della città in cui gioca la sua Fiorentina. Cosa c’entra in tutto questo l’Italia? Nulla. Ma per i nostri poteri deboli il Paese è solo un campo di gioco, dove tutto può essere sacrificato ai loro interessi. Se poi ci sono in ballo riforme delicatissime e irrinunciabili come quella sul lavoro, a Lor signori poco importa. E questo è scandaloso. Perché rivela la pochezza della nostra classe dirigente. Ma anche il cinismo con cui giocano sulle sorti dello Stato. Industriali che controllano giornali, che condizionano partiti, che sussurrando ora alle maggioranze ora alle opposizioni hanno pesato nel naufragio del Titanic Italia più dei vituperati partiti. E ancora parlano.