La rabbia e l’orgoglio. Di Maio smaschera i nemici interni e lascia per rilanciare il Movimento. Una scelta di responsabilità degna di un leader

di Carmine Gazzanni
Politica

Uno sguardo rivolto al passato, l’impegno pensando al futuro, magari con molta più fiducia rispetto a quella che lo stesso Luigi Di Maio ha visto nel suo ultimo periodo di capo politico. In questo modo può essere sintetizzato l’attesissimo discorso di addio di Di Maio da capo politico del Movimento cinque stelle. Un discorso lungo, inframezzato da brevi pause di celata commozione e tanti, tanti applausi. Di Maio sale sul palco del Tempio di Adriano di Roma poco prima delle 18. È emozionato, per la prima volta non va a braccio: legge il discorso “che ho iniziato a scrivere un mese fa”.

Alle 18.50 arriva l’annuncio ufficiale: “Mi dimetto da capo politico del Movimento 5 Stelle“. Prima, un intervento di un’ora in cui subito è entrato nel merito della questione, parlando del futuro del Movimento per parlare del suo presente: “Il mio lavoro è iniziato un anno fa, dopo la delusione delle elezioni in Abruzzo e ora posso dire che è finito: da oggi parte l’avvicinamento agli stati generali. Oggi si chiude un’era e per questo ho deciso di leggere questo discorso che ho iniziato a scrivere un mese fa”. Un discorso che si regge su due parole: “Fiducia e responsabilità“, come il ministro ha scritto su Facebook poco prima dell’inizio del suo intervento. Responsabilità e fiducia che non ha avuto – secondo Di Maio – “chi è stato nelle retrovie e, senza prendersi responsabilità, è uscito allo scoperto solo per pugnalare alle spalle”.

LA FINE DI UN’ERA. Dopo aver ricordato la sua esperienza appena arrivato a Roma nel 2013 da neo deputato, Di Maio è tornato ancora una volta sulla fiducia, quella necessaria per il futuro e quella che è mancata nel passato. E ha iniziato a lanciare messaggi neanche troppo velati a quella parte del Movimento 5 Stelle che in questi anni lo ha attaccato dall’interno. Approfittatori, nemici, traditori: questi i termini, certamente non delicati, utilizzati da Di Maio: “In questi anni da capo politico ho messo tutto me stesso – ha detto – Ho lavorato per far crescere il Movimento e proteggerlo dagli approfittatori e dalle trappole lungo il percorso, anche prendendo scelte dure e a volte incomprensibili. La storia ci dice che alcuni la nostra fiducia l’hanno tradita, ma per uno che ci ha tradito almeno dieci quella fiducia l’hanno ripagata. Questi potranno dire di aver firmato leggi che hanno cambiato la vita dei cittadini italiani. Essere ricordati per aver fatto qualcosa di buono: questo è l’unico privilegio per chi è stato eletto”.

IL FUTURO. Questo, però, non vuol dire non credere più nel Movimento che verrà. Anzi. “Mi fido di chi verrà dopo di me” ha detto, prima di tornare ad attaccare i “peggiori nemici” che “sono stati quelli che non ti aspettavi”: “Abbiamo tanti nemici, qualcuno che resiste e che ci fa la guerra – ha detto – Ma nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo ma per la loro visibilità“. Un attacco duro, poi corroborato dal messaggio al governo Conte 2: “Noi dobbiamo pretendere il sacrosanto diritto di essere valutati almeno alla fine dei cinque anni di legislatura. Io penso che il governo deve andare avanti”. E poi i ringraziamenti, non scontati, a Giuseppe Conte, una “persona incredibile” a cui “non bisogna insegnare nulla”. Il Movimento va avanti. E Di Maio esce di scena. Riempito di applausi.