Sono stato all’estero volando con varie compagnie straniere. Discrete o buone compagnie, certo, però che nostalgia per l’Alitalia di un tempo, che era un orgoglio nazionale. Come siamo decaduti, in tutto.
Diego Rolandi
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Gentile lettore, a chi lo dice! La vicenda dell’Alitalia è un manuale di scuola intitolato “Tutto ciò che non devi fare mai nel trasporto aereo”. I manager nominati dalla politica hanno disastrato la compagnia al di là di ogni decenza, costringendo le casse pubbliche a intervenire più volte negli anni per salvare la baracca, finché l’emorragia è divenuta incontenibile. Basti pensare alle tratte da Roma verso aeroporti minori create solo per accompagnare a casa ogni settimana i vari ministri. A volte aerei da 120 posti viaggiavano con un unico passeggero, il ministro. A ogni caduta di governo quelle tratte venivano chiuse e se ne aprivano altre a uso dei nuovi ministri. E dire che la compagnia avrebbe potuto essere una delle più ricche del mondo. Abbiamo oltre 130 milioni di arrivi l’anno, di cui il 55% stranieri, con 450 milioni di presenze. Un patrimonio enorme. In un Paese come le Filippine prosperano ben 6 compagnie aeree, di cui una di Stato. Invece Alitalia, che era quasi monopolistica, è riuscita a fallire a ripetizione. Il moncone che ne resta si chiama Ita e appartiene a Lufthansa, mentre le prime due compagnie “italiane” sono… inglesi: RyanAir, con 65 milioni di viaggiatori, e EeasyJet. Siamo una colonia nel settore strategico del trasporto aereo e quindi anche del turismo. Il disastro è dovuto a clientelismo e corruzione. Il risultato finale si chiama, appunto, decadenza.
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