A Ramallah un benzinaio rifiuta le banconote di un cliente venuto a fare il pieno: la sua banca ha smesso di accettare contante in deposito perché i caveau sono pieni. In Cisgiordania occupata, quella che la Corte internazionale di giustizia nel luglio 2024 ha definito occupazione illegale, il denaro c’è e non si può spendere.
Le banche palestinesi trattengono più shekel di quanti ne sappiano gestire. La Banca d’Israele fissa a 18 miliardi di shekel l’anno, 5,9 miliardi di dollari, il tetto del contante che possono restituire al sistema israeliano. Se ne accumulano circa 30, stima l’economista Moayad Afaneh, e il resto resta fermo, impossibile da convertire in moneta elettronica per pagare fornitori e bonifici. Mohammad Manasra, vicegovernatore dell’Autorità monetaria palestinese, la chiama «guerra economica». A Gaza lo stesso assedio ha prodotto l’effetto contrario, la penuria di contante, e sono due tecniche diverse per un solo esito, un’economia a cui è tolta la moneta come strumento di vita.
Il meccanismo è deliberato. Dall’ottobre 2023 la Banca d’Israele non alza più la quota, come faceva prima per assorbire l’eccesso. Ad aprile 2024 il governo ha trattenuto le entrate fiscali dovute all’Autorità palestinese, che da allora paga metà degli stipendi pubblici. Da metà 2025 Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e con delega sulla Cisgiordania dentro il ministero della Difesa, esige la firma personale su quei trasferimenti. Uno studio del Fondo monetario del 2022 calcolava già un quinto di profitti bancari in meno. Oggi, dice Afaneh, molto di più.
Torniamo a settembre 2025, sempre lui. Smotrich annuncia che userà «tutti gli strumenti» per impedire lo Stato palestinese, «strangolamento economico» compreso. Interpellato adesso dall’agenzia AP, il suo ufficio non risponde. Del resto la dichiarazione era già un programma, e il programma è in funzione.