Sta agli atti della Corte internazionale di giustizia dal 5 aprile 2024. È la dichiarazione con cui la Colombia è intervenuta, ai sensi dell’articolo 63 dello Statuto, nella causa che il Sudafrica ha aperto contro Israele per genocidio a Gaza. Nel testo Bogotá scrive di volere “la sicurezza e, di fatto, l’esistenza stessa del popolo palestinese”.
Il 16 luglio l’ufficio del presidente eletto Abelardo de la Espriella ha annunciato che quel documento verrà ritirato. Lo dice così: la Colombia “riprenderà una posizione seria e responsabile sulla scena internazionale, anche all’interno del sistema delle Nazioni Unite”. L’insediamento è fissato al 7 agosto. A Washington il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha già incontrato il futuro omologo Omar Bula Escobar, e il conto è presto fatto: relazioni piene, visti aboliti, ambasciata a Gerusalemme. Sarebbe la nona, dopo Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Kosovo, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Fiji e Somaliland. Gustavo Petro, che quel documento lo aveva voluto, ha scritto del successore: “Chi sostiene il genocidio ne è complice”.
Tre giorni prima, il 13 luglio, il Dipartimento di Stato americano aveva annunciato una campagna per “disabilitare sistematicamente” la Corte penale internazionale. Prevede telefonate ai 125 Stati parte perché escano dallo Statuto di Roma, revoche di visti al personale, sanzioni a chi collabora. Corti diverse, metodo identico. Nessuno dei due atti discute una prova, una perizia, un fatto. Si lavora sull’elenco dei presenti.
Giovedì Tina Marinari, di Amnesty International Italia, è stata ascoltata dal Comitato permanente sui diritti umani della Camera. Le espressioni di preoccupazione degli Stati sono ormai «un cinico alibi», ha detto, e la loro inazione rientra fra gli elementi del genocidio in corso.
Restano due frasi scritte dallo stesso Stato a ventisette mesi di distanza. Nella prima c’era l’esistenza del popolo palestinese. Nella seconda c’è la parola “responsabile”.