Lavitola al Riesame: “Mandato in bianco per Gomes, ma non doveva far male a nessuno”. E chiede di andare ai domiciliari in Basilicata

"Stavo con Ranucci per un riscatto sociale" ha spiegato ai giudici in teleconferenza. Intanto Vespa punge Ranucci: "Se quelle cene con Lavitola le avessi fatte io..."

Lavitola al Riesame: “Mandato in bianco per Gomes, ma non doveva far male a nessuno”. E chiede di andare ai domiciliari in Basilicata

Tre ore di udienza, 72 pagine di memoria difensiva e una versione che prova a spostare tutto il peso su Clesio Gomes Tavares. Valter Lavitola, in carcere dal 10 agosto come presunto mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, si è presentato ieri in videocollegamento da Rebibbia davanti al Tribunale del Riesame di Roma per chiedere la scarcerazione o, in subordine, i domiciliari in Basilicata. La decisione è attesa entro il 10 settembre.

Lavitola ammette la responsabilità, ma…

La linea scelta è quella della responsabilità ammessa sebbene delimitata, e nel corso della giornata Lavitola l’ha ribadita in più passaggi, con dettagli che si sono aggiunti uno all’altro. “Mi assumo tutte le responsabilità rispetto all’attentato, Gomes non ha precisato che avrebbe messo una bomba ma che ci avrebbe pensato lui in ragione della sua esperienza in merito alla sicurezza militare”, ha detto secondo quanto riferito dai suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola.

E ancora: “Avevo la necessità di proteggere Ranucci perché sono suo amico e, per questo, per due mesi, gli ho rappresentato che la sua scorta doveva essere potenziata. Non esiste nessun movente politico, anche perché Ranucci non ha mai manifestato l’intenzione di candidarsi ed entrare in politica”.

“Stavo con Ranucci per un riscatto sociale”

Sul rapporto personale con il conduttore di Report, Lavitola ha insistito sulla tesi di un legame vissuto come possibile riscatto: “Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me“.

Sul fronte più tecnico, la memoria dei legali Cola punta a smontare l’impianto cautelare su più profili. Il primo è la competenza territoriale: secondo la difesa spetterebbe alla Procura di Avellino, e non a quella di Roma, perché il trasporto dell’esplosivo poi utilizzato a Torvaianica sarebbe partito dal comune di Sperone, in provincia di Avellino. “Trattandosi di un reato permanente come il porto illegale di armi, la competenza spetterebbe dunque per legge al capoluogo campano e, per attrazione distrettuale, alla Procura di Napoli”, scrivono gli avvocati.

I legali provano a smontare la possibile reiterazione del reato

Il secondo profilo riguarda la prognosi di recidiva su cui si era basato il gip. I difensori la contestano punto per punto: “Non convince la motivazione del gip allorquando ha affermato che, in ragione dei precedenti penali del Lavitola (tutti reati lucrogenetici commessi senza violenza e/o uso di armi) e della facilità con cui ha individuato soggetti capaci di compiere tali reati, sussiste una prognosi positiva di recidiva”.

Ha chiesto i domiciliari in Basilicata

Per gli avvocati Cola, “i reati per cui l’indagato ha riportato condanne definitive non lasciano presagire in alcun modo che possa commettere in futuro reati con armi”. Inoltre, la posizione di Lavitola andrebbe tenuta distinta da quella dei coindagati: “Non si è dimostrato in grado di assoldare persone capaci di munirsi di armi o esplosivi, essendo dovuto ricorrere al Clesio Tavares, con il quale, vista la chiamata in correità ai suoi danni, ha certamente reciso i legami”.

Da qui la richiesta di domiciliari in un’abitazione presa in affitto a Noepoli, in provincia di Potenza: un domicilio “fuori Regione Lazio e Campania, lontano da tutta la rete di conoscenze dell’indagato ed anche da possibili vie di fuga”.

Picchiato dai compagni di cella

Nella memoria trova spazio anche il racconto di un Lavitola vittima in cella: gli avvocati riferiscono che sarebbe stato aggredito da altri detenuti dopo la sua confessione, episodio su cui la Polizia Penitenziaria di Rebibbia avrebbe redatto un’annotazione e su cui avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D’Avino. I legali smentiscono inoltre che Lavitola avesse acquistato un biglietto per fuggire, parlando di un viaggio legato a una conferenza di servizio mai svolta in presenza, e ricordano che dopo l’interrogatorio dell’8 luglio l’indagato avrebbe comunicato agli inquirenti tutti i suoi spostamenti.

Alla fine dell’udienza il collegio si è riservato la decisione sui domiciliari e sull’eventuale decadenza della misura per decorrenza dei termini.

Intanto Vespa punge Ranucci: “Se quelle cene con Lavitola le avessi fatte io…”

Ad accendere la giornata anche il commento a margine di una conferenza stampa di Bruno Vespa, che ha spostato il baricentro della polemica dal fronte giudiziario a quello mediatico: “Il problema di Ranucci non sono le cene con Riina, ma – se posso permettermi – quelle con Lavitola. Sette anni di amicizia fraterna senza averne mai preso le distanze. Si pensi per un momento se quelle cene e tutto il resto l’avessi fatto io…”.