Le consulenze della Raggi e le accuse del Pd. Ultimi colpi di una campagna elettorale al veleno

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Ultime ore di veleni e poi anche questa campagna elettorale sarà finita. Una liberazione per gli elettori, ma anche per i candidati, più indaffarati a mettersi reciprocamente sulla graticola piuttosto che a spiegare le proprie ragioni. A Milano è stato un gioco al massacro per Beppe Sala, attaccato – nell’ordine – per aver diffuso con grande ritardo i conti dell’Expo, per aver dimenticato di dichiarare (non al Fisco) alcuni beni di proprietà, per aver parcheggiato l’auto in divieto di sosta i cinque minuti in cui ha preso un caffè al bar. Tutto fa polverone mediatico, e quando i propri programmi sono fragili, non restano altri argomenti che sparare sugli avversari. A Roma è andata anche peggio. L’inchiesta Mafia Capitale offriva molti spunti per fucilare chi è stato legato anche solo marginalmente alle giunte precedenti. Ma è sulla candidata dei Cinque Stelle, Virginia Raggi, che si è concentrato un vero distillato di odio. Quasi a voler ripagare con la stessa moneta quel Movimento che si è arbitrariamente impossessato del brand “onestà”, accusando i partiti di ogni nefandezza, dal Pd in particolare sono partiti tre siluri che in teoria dovevano affondare la candidata grillina. Il primo siluro (di cartone) è stata la notizia che la Raggi ha svolto la pratica forense nello studio dell’avvocato Cesare Previti, ex legale e poi ministro di Silvio Berlusconi. Il secondo siluro (ad acqua) è stato il ruolo svolto nella società del cliente di uno studio legale (una prassi) che poi in seguito è stato consulente di Alemanno. Ma è l’ultimo colpo, sparato questa volta non dal Pd bensì dal Fatto Quotidiano, che ha lasciato senza parole persino molti avversari della Raggi per l’evidente forzatura. La candidata nel 2012 e nel 2014 ottenne due piccoli incarichi professionali dalla Asl di Civitavecchia e non li avrebbe dichiarati.

LO SCOOP – Appena scoppiata la bomba, che secondo alcuni sarebbe stata passata al giornale di Marco Travaglio da ambienti vicini al presidente della Regione, Nicola Zingaretti, per un attimo si è pensato al grande scoop. La Raggi, votata da centinaia di migliaia di romani per cambiare verso alla città, sotto sotto si scopre essere figlia di quello stesso sistema che offre consulenze, costruisce clientele e poi si dimentica pure di dichiarare i soldi incassati. Passano poche ore e anche questo siluro si rivela però una bufala. O perlomeno una di quelle bucce di banana tirate fuori ad arte giusto poche ore prima del voto. Veleni ad orologeria, insomma. Come non era difficile immaginare, infatti, la consulenza era un atto pubblico, segnalato persino sul sito della Asl laziale. Inoltre, del ricco compenso (13.000 euro) è stato pagato solo nel 2015 un acconto inferiore ai 2.000 euro. Per le norme vigenti, pertanto, tale somma va dichiarata nella dichiarazione dei redditi 2016. La spiegazione non ha però convinto il Pd, che con un magistrato momentaneamente politico – e questo sì che è preoccupante – come Alfonso Sabella, ha aggravato le accuse sull’Huffington Post. Anzi, nonostante il suo ruolo di capo di gabinetto di Roberto Giachetti (ed ex assessore di Ignazio Marino) Sabella ha letteralmente inviato un avviso di garanzia alla candidata grillina, spiegando che si tratterebbe – a suo dire – di un atto dovuto in quanto ci si troverebbe davanti a un reato continuato di falso ideologico in atto pubblico. La Raggi infatti nel 2012 sembra non facesse parte dell’albo dei professionisti della Asl e nel 2014, da consigliere comunale di Roma, avrebbe dovuto comunque comunicare agli uffici del Campidoglio quella consulenza.

ATTACCO FRONTALE – Saremmo di fronte, dunque, a una svista che inchioda chi fa politica lavorando (e rinunciando per questo a molte indennità previste per i ruoli pubblici). Svista contro la quale si lancia un partito di professionisti della politica (molti dei quali non hanno mai lavorato un giorno in vita loro) con l’aiuto di chi passa attraverso le porte girevoli da un lavoro a un altro o, peggio, da un potere dello Stato (giudiziario) all’altro (politico-legislativo). Dure le critiche, da Orfini (che ha parlato dell’esistenza di un reato) a Esposito, secondo cui la candidata M5S soffre di amnesie. Così la Raggi, che presenta un programma con molti punti deboli (come Giachetti d’altronde) diventa la Giovanna D’Arco del Movimento, che ieri ha potuto suonare la carica contro l’ennesimo lancio di fango da parte di una politica che finito ogni argomento si è ridotta ai colpi più bassi.