Legge elettorale, il Quirinale è il vero premio (di maggioranza) del 2027. Intanto Mattarella ricorda quali poteri gli spettano a chi punta ad ereditarli

Dalla grazia a Roggero al Ventaglio, un presidente senza un partito. E una destra che punta al Quirinale passando dalle urne del 2027.

Legge elettorale, il Quirinale è il vero premio (di maggioranza) del 2027. Intanto Mattarella ricorda quali poteri gli spettano a chi punta ad ereditarli

Una nota di poche righe, battuta dalle agenzie il 16 luglio, dice più di qualunque retroscena. Il Quirinale comunica che Sergio Mattarella ha ricevuto il ministro della Giustizia Carlo Nordio per puntualizzare “i limiti delle attribuzioni del ministro” sulla grazia, con richiamo alla sentenza 200 del 2006 della Consulta. Un capo dello Stato che deve ricordare a un ministro il perimetro della Costituzione è un capo dello Stato lasciato solo a presidiarlo.

Il 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, a 14 anni e 9 mesi per i due rapinatori uccisi in fuga nell’aprile 2021. Nelle stesse ore Nordio apriva l’istruttoria e Giorgia Meloni rivendicava l’impulso: «gli ho detto io di andare avanti». Matteo Salvini saliva due giorni di fila al carcere di Bollate. Al Ventaglio, ieri mattina, Mattarella ha risposto per allusione: piegare le regole ai comportamenti individuali significa decidere «l’abdicazione dello Stato». Il monito arriva a una maggioranza impegnata a fare esattamente l’opposto.

Obiettivo Quirinale

Il discorso del Presidente dell’altro ieri è un inventario di solitudini. Mattarella ha chiesto ai partiti di mettere l’astensionismo davanti a tutto. Ha giudicato inammissibile l’assalto ai cantieri della Torino-Lione del 25 luglio, oltre 120 feriti tra le forze dell’ordine. Ha chiesto di sbloccare la Commissione di vigilanza Rai, azzerata il 2 luglio dalle dimissioni in blocco. Lettera43 lo riassume in una formula esatta: “Così super partes da essere solo”. Del resto è solitudine aritmetica: da Oscar Luigi Scalfaro in avanti il Colle è stato la garanzia che il centrosinistra offriva e la destra tollerava. Quella tolleranza è scaduta.

Le mosse sono due e corrono insieme. La prima è l’assedio: nel novembre 2025 il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami chiese conto al consigliere Francesco Saverio Garofani di frasi riportate dalla Verità. Il Colle replicò che l’attacco sconfinava nel ridicolo. La seconda è la scalata: il 29 giugno, su Rete 4, Meloni ha evocato il superamento di «questo altro grande tabù». Il 26 luglio, a Viareggio, Ignazio La Russa ha pronosticato la premier al Quirinale «non questa volta, ma la prossima».

L’aritmetica del 2027

Il settennato scade il 3 febbraio 2029 e a scegliere il successore sarà il Parlamento uscito dalle politiche del 2027. La legge elettorale diventa così una legge quirinalizia. Lo Stabilicum, approvato dalla Camera a metà luglio con 217 voti contro 152, dà alla coalizione sopra il 42% un premio di 70 deputati e 35 senatori, tetto a 220 e 113 eletti. Fanno 333grandi elettori su un collegio di 600 parlamentari più 58 delegati regionali. E dal quarto scrutinio, dice l’articolo 83, basta la maggioranza assoluta. Il conto torna da solo.

Poi ci sono i litigi dentro il perimetro. Fratelli d’Italia coltiva profili istituzionali: Alfredo Mantovano e Raffaele Fitto, col mandato europeo in scadenza proprio nel 2029. Forza Italia lavora per Antonio Tajani, la Lega indica Lorenzo Fontana e Roberto Calderoli. Intanto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha scavalcato la Lega nella Supermedia YouTrend/Agi del 9 luglio, 6,2% contro 5,8%. E per Nando Pagnoncelli quell’alleanza costerebbe alla coalizione oltre due punti, dal 47,9% al 45,4%. Chi perde per un voto, 188 a 187, un emendamento sulle preferenze porta allo scrutinio segreto del Colle con i franchi tiratori già in servizio.

Il 22 e 23 marzo gli elettori hanno affossato la riforma costituzionale della giustizia, No oltre il 53% e affluenza al 58,93%. La riscrittura della Carta si è chiusa lì. Resta l’elezione, che si vince contando le teste e si gioca l’anno prossimo. Per questo la nota del 16 luglio pesa più di un discorso: un presidente costretto a mettere per iscritto quali poteri gli spettano li sta già difendendo da chi conta di ereditarli.