La data cade nel 2075. Secondo i conti dell’osservatorio Mil€x: su quell’anno cade l’ultima rata dei prestiti Ue per il riarmo che il governo italiano racconta come una partita di tesoreria. L’osservatorio ha modellato il rimborso dei 14,9 miliardi del programma Safe, lo Strumento di azione per la sicurezza dell’Europa. Prima erogazione nel 2027, ultima entro il 2030, e per ogni tranche quarantacinque anni di ammortamento a partire da lì.
Martedì, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite sugli esiti del vertice Nato di Ankara, Antonio Tajani ha messo agli atti una frase netta: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi». Mezz’ora dopo, uscendo da Palazzo Madama, la cifra era tornata una prenotazione, e in serata il vicepremier derubricava il caso a «tempesta in un bicchier d’acqua». Guido Crosetto, intanto, aveva già riportato tutto in ragioneria: Safe «è un’alternativa al Bot», «una scelta totalmente tecnica». La richiesta, del resto, sta a Bruxelles dall’estate del 2025.
Il conto che si cristallizza
Il Regolamento UE 2025/1106 fissa i paletti e ignora il tasso. Durata massima quarantacinque anni, prefinanziamento fino al 15%, richieste di pagamento due volte l’anno, periodo di disponibilità chiuso al 31 dicembre 2030, dieci anni di grazia sul capitale. Il prezzo lo fa il mercato: la Commissione emette titoli comuni e gira agli Stati le stesse condizioni, tranche per tranche. Così il costo dei quasi quindici miliardi si forma pezzo per pezzo, e oggi resta ignoto. Una cosa è fissata dal primo giorno: quei soldi finanziano appalti di prodotti per la difesa, e solo quelli. Su questo punto, in audizione, è caduto il silenzio.
Mil€x lo ha stimato ancorando i tassi alla curva dei titoli europei a lunga scadenza, intorno al 3,25% sul tratto trentennale a inizio 2026. Su tre scenari fra il 3 e il 4%, l’osservatorio coordinato da Francesco Vignarca calcola per Mil€x una restituzione nominale fra 27 e 32 miliardi, con i soli interessi fra 12,5 e 16,7 miliardi. Circa il doppio del capitale incassato.
C’è poi la variabile che decide davvero, e in audizione è rimasta fuori. A parità di tasso mediano, calcola sempre Mil€x, lo stesso prestito costa 29,5 miliardi con quarantacinque anni di durata e preammortamento pieno, oppure 19 miliardi con un rimborso più corto. Oltre dieci miliardi di scarto, quasi un anno intero di acquisti italiani di armamenti. Ancora Mil€x: il solo preammortamento vale 2,6 miliardi di interessi in più, e scendere da quarantacinque a 15 anni taglia gli interessi da quasi quindici a circa 4 miliardi. Ed è esattamente la configurazione più cara quella che alleggerisce il bilancio di chi governa adesso.
La firma che manca
Il Documento di finanza pubblica 2026 mette a verbale il resto. A pagina 80, in nota, il Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti scrive che il piano trasmesso alla Commissione contempla “tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio”, e che quattro voci fuori perimetro saranno coperte tagliando altri capitoli della Difesa. Lo stesso documento registra che di prefinanziamento l’Italia ne ha chiesto zero, e ricorda l’impegno preso all’Aia: il 5% del Pil entro il 2035, di cui 3,5 di difesa in senso stretto.
Intanto nove Stati hanno firmato l’accordo esecutivo, l’ultima la Lettonia con una tranche da 3,5 miliardi. La Polonia ha incassato il 29 maggio il primo esborso da 6,6 miliardi, il 15% della sua assegnazione da 43,7 miliardi. Roma sta prima di quella soglia, e il portavoce della Commissione Thomas Regnier ripete che serve chiarezza subito.
Il Parlamento voterà su una cifra. Il costo lo decide un’altra riga, quella su durata e preammortamento, e su quella riga il governo tace da mesi. Vale dieci miliardi, e li salderà chi oggi va all’asilo.